| Omelia (28-09-2008) |
| Paolo Curtaz |
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Gesù ci presenta il volto di un Dio benevolo e pieno di tenerezza, paziente e misericordioso che perde le staffe solo di fronte ad una cosa. Il peccato? No, l'ipocrisia. Quella di oggi è la parabola del dire e del fare: Gesù racconta di due figli che cambiano idea, uno dice "sì" ma non fa', l'altro dice "no" ma ci ripensa e fa. Gesù è contrario ad una religiosità che si ferma al rito e alla devozione senza che questa trasformi la vita. Giunge a preferire il figlio anarchico e svogliato che dice quel che pensa e si fa mettere in discussione all'altro che, salvando l'apparenza del bravo ragazzo, in realtà non muove un dito per aiutare il Padre. Ne conosco di gente così, amici!, (non voi, gli altri): persone che hanno fatto delle proprie convinzioni (che a volte hanno a che fare con la fede) un pilastro e non si rendono conto di vivere in assoluta contraddizione con quello che dicono; altri, invece, che si dicono atei o non credenti, vivere poi una buona umanità, un'onestà e una correttezza assoluta, fedeli alla propria coscienza. Gesù chiede onestà nei nostri rapporti, anche con lui. Davanti a Dio non dobbiamo indossare il vestito del devoto, solo quello, a volte lacero e sporco, del cercatore di Dio, del discepolo che mendica dignitosamente senso e luce. Senza questo passo fondamentale, quello della verità con noi stessi, finiremo con l'adorare un Dio che assomiglia tanto (troppo?) a noi stessi... Gesù chiede al proprio discepolo di imitarlo nelle parole e nelle opere, senza sfiancarsi alla ricerca di una pagana coerenza, ma nella serena consapevolezza che incontrare il Vangelo ci spinge a cambiare la vita. |