Omelia (10-08-2008)
Paolo Curtaz


Che fai qui, Elia? Elia fugge la regina Gezabele che lo vuole uccidere dopo che egli ha fatto uccidere i sacerdoti del Dio pagano Baal. Dopo l'esperienza del proprio fallimento e il deserto, ora Elia è pronto ad accogliere il Dio che si manifesta in un alito di vento, non nella violenza.

La barca della nostra vita fa acqua, le onde ci terrorizzano: Dio è lontano, assente, non sappiamo che fare della nostra vita, il dolore soffoca il seme di buon grano che sta germogliando. Anche la Chiesa vive la stessa fatica: continuamente sballottata dalle proprie incoerenze e dall'antipatia della storia, fatica a tenere la barra puntata verso il Regno. Questi duemila interminabili anni di cristianesimo hanno rappresentato una dura prova di fede per i cristiani: dimenticando il Vangelo e travolti dalle persecuzioni (che continuano!) i discepoli hanno assaporato e assaporano la fatica della fede, vivendo, come diceva sant'Agostino, tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio. Anche al più tenace e più devoto dei discepoli può accadere: la sofferenza, la stanchezza, la depressione, il vento gelido del dubbio, la temporanea assenza del Maestro ci allontanano dalla fede, ci restituiscono al vortice dell'inesorabile quotidianità, ci rendono pagani. Ma proprio quando l'onda è alta su di noi, proprio quando ci sembra di essere sconfitti, qualcosa accade. Gesù cammina sulle acque tempestose e ci ripete: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Gesù viene camminando sulle acque, padroneggiando proprio le paure più terribili che possiamo immaginare, quelle che ci impediscono di gioire, che ci tagliano il fiato.