| Omelia (06-08-2008) |
| Paolo Curtaz |
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Nel cuore dell'estate siamo invitati a salire sul Tabor, a vedere all'orizzonte delle nostre vite la bellezza che tutto incanta, che tutto riempie, che tutto redime. Un sei agosto Dio chiamò a sé Paolo VI papa. Un sei agosto la follia degli uomini lanciava la prima bomba atomica su Hiroshima. Tabor rappresenta la bellezza di Dio. La piccola collina che ancora emerge dalla pianura a pochi chilometri da Nazareth e da Cafarnao è, per noi discepoli, il simbolo e l'emblema della bellezza immensa di Dio. Sapete perché sono prete, amici? Perché non ho trovato nulla di più bello di Cristo. Dovremo forse ricuperare questo aspetto nella nostra vita cristiana e ripartire dalla bellezza. Le nostre periferie sono orrende, orrende le città, orribili le finte-vacanze che ci vengono proposte in mezzo a finti paesaggi immacolati. Orribile il linguaggio e le persone che ci raggiungono dal mondo della politica e dello spettacolo. Abbiamo urgente bisogno di bellezza, della bellezza di Dio che è verità e bene e bontà. Non è forse questa la fragilità della nostra fede contemporanea? Non è forse questa la ragione di tanta tiepidezza della nostra comunità? Non abbiamo forse smarrito la bellezza nel raccontare la fede? Nel celebrare il Risorto? È noioso credere. È giusto - certo - ma immensamente noioso. Il Vangelo di oggi ci dice, al contrario, che credere può essere splendido. Varrebbe la pena di ricuperare il senso dello stupore e della bellezza, l'ascolto dell'interiorità che ci porta in alto, sul monte, a fissare lo sguardo su Cristo. Facciamo delle nostre messe dei luoghi di bellezza: il silenzio, il canto, la fede, il luogo in cui preghiamo, può riportare un briciolo di bellezza nella nostra quotidianità. |