Omelia (02-03-2008)
Paolo Curtaz


L'uomo è cieco, ma Dio ci vede benissimo. Nel nostro cammino di desertificazione Dio ribalta le prospettive: quelli che credono di essere degli illuminati sono avvolti nella tenebra, chi - come il cieco nato - è corroso dai sensi di colpa e dalla malattia, diviene discepolo perché oggetto della grazia di Dio.

La cecità del personaggio di oggi è la nostra cecità, la nostra incapacità nel credere, la nostra fatica a fidarci di Dio. Al tempo di Gesù, malgrado secoli di riflessione sulla sofferenza (Giobbe insegna), molti erano convinti che la malattia fosse una punizione divina. Ragionamento corretto e implacabile: se sgarri Dio ti punisce con la malattia, se nasci malato hanno peccato i tuoi e Dio ti punisce attraverso i figli. Ragionamento ineccepibile, ma Dio ne esce malino! Oggi, grazie a Dio, nessuna più pensa queste cose orribili (ah!ah!). Gesù scardina quest'opinione: il punito, il maledetto diventa discepolo, la cecità non è più limite ma apertura ad una dimensione più profonda, più luminosa della realtà stessa. L'abbandonato, il reietto giudicato (i malati non suscitavano compassione, se l'erano cercata!) è salvato, guarito, illuminato. Anche noi discepoli siamo chiamati a superare la cecità, ad essere accesi e illuminati dalla Parola che ci svela a noi stessi. L'uomo, così bravo a scoprire e usare le leggi della natura e del cosmo, ancora si vive come un Mistero irrisolto, si percepisce con profondità vertiginosa, non sa darsi risposta. Manchiamo di coscienza di noi stessi. Pur conoscendoci, non riusciamo a sondare tutti gli aspetti della nostra vita, del nostro carattere; Dio, allora, ci rivela a noi stessi. Con il dono della fede, Dio ci illumina la vita e diventiamo discepoli.