| Omelia (24-02-2008) |
| Paolo Curtaz |
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Seguendo Gesù nel deserto per salire al Tabor e vedere la bellezza di Dio, incontriamo la Samaritana e il suo desiderio infinito di dissetare il suo cuore. Non gli affetti disordinati hanno colmato la sua vita ma lo sposo, ora cerca la sua sposa perduta, l'umanità sofferente. Il pozzo, nella Bibbia, è il luogo del corteggiamento. La donna, all'inizio, stupita che un maschio ebreo le rivolga la parola, pensa ad un approccio sentimentale. Ha perfettamente ragione: Dio la sta spudoratamente corteggiando e la incontra. Gesù la cerca, prende l'iniziativa, la interpella: "Dammi da bere". Dio ha sete di noi, della nostra fede, della nostra attenzione. Ci chiama, ci parla di senso e di pienezza, risveglia la nostra ricerca. La Samaritana non ci sta, non si scopre, gira intorno all'essenziale. Lei, come noi, è sulle difensive, come se Dio fosse un avversario, un concorrente. Ma il dialogo continua, Gesù la sa condurre sapientemente, passo dopo passo, dentro se stessa. La porta, con sbalorditiva delicatezza, a mettersi in discussione, a riconoscere il proprio limite, a superarlo. La donna ora accetta una domanda personale, che coinvolge la sua affettività e rivela la sua allergia all'incontro con i compaesani: è una donna fragile, giudicata, che vede attorno a sé solo sguardi e commenti offensivi e che ora - invece - incrocia uno sguardo buono sul serio, che non giudica ma ama. La Samaritana passa dalla discussione accademica sulla "religione" alla percezione che davanti a questo sconosciuto può aprirsi, di lui può fidarsi, perché parla di Dio come mai nessuno le ha parlato. E crede. Lascia la brocca - che importa ormai? - e corre dai suoi sospettosi vicini. Non ha più paura, non si vergogna, non si difende. Ha capito, ha trovato l'acqua viva, ne parla, annuncia. |