Omelia (03-02-2008)
Paolo Curtaz


Questa domenica ci apre alla meditazione del cuore del Vangelo, della Carta Costituzionale del cristianesimo: Matteo si dilunga sulla consegna ai discepoli delle Beatitudini, programma di vita di Gesù e - speriamo - anche nostro!

Gesù ci sconcerta, la beatitudine, la felicità, la gioia, corrispondono esattamente al contrario di ciò che noi consideriamo fonte di benessere: ricchezza, forza, calcolo, scaltrezza, arroganza. Cosa sta dicendo Gesù? Esalta forse una visione di cattolicesimo rassegnato e perdente che troppe volte vedo intorno a me? Mi dice forse che, se le cose vanno male, se sono povero ("pitocco" nel testo greco), se subisco violenza, se provo dolore e piango, sono immensamente fortunato? Dio non ama il dolore e Gesù stesso, per quanto gli è stato possibile, ha evitato la sofferenza. Gesù parla del Padre, ne descrive il vero volto, racconta l'inaudito di Dio così come egli lo ha vissuto e lo vive. Il Padre, il vero Dio, è un Dio povero, un Dio misericordioso, un Dio mite, un Dio che ama la pace, un Dio che, per amore, è pronto a soffrire. Un Dio così diverso da come ce lo immaginiamo, un Dio così straordinario e armonioso solo Gesù ce lo può veramente svelare, perché lui e il Padre sono una cosa sola. Dio non dona a ciascuno il suo, ma a ciascuno secondo quanto ha bisogno, privilegiando chi ha meno: un cuore povero, un cuore affranto riceve molta più attenzione e tenerezza di un cuore sazio che non ha bisogno di nulla. La beatitudine non consiste nel dolore, nella miseria, ma nel fatto che l'intervento di Dio colma il cuore di chi è affranto. Questa è la novità sconcertante del Vangelo: Dio consola i poveri che si affidano a lui, non i potenti mille volte premiati dalla vita. Questo assomiglia alla mia logica?