| Omelia (19-12-1999) |
| mons. Antonio Riboldi |
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Un augurio di pace e di felicità A tanti di noi arrivano auguri di ogni tipo: a volte sono parole piene di desideri santi; a volte sono righe convenzionali; a volte sono doni che vogliono essere "segno" di affetto. Ed è triste non partecipare alla gioia natalizia, sia pure ricevendo o inviando auguri. Natale, confessiamolo senza rossore, suscita in tutti una gran voglia di amare e di essere amati: anche per un solo giorno, magari, per non dimenticare una nostalgia che è "voglia e necessità quotidiana". Una necessità che noi sotterriamo sotto la coltre di un egoismo che fa della vita un freddo cimitero dove tutto ciò che non è amore è possibile. Ho la fortuna, il dono, di fare i miei auguri che sono pieni di amore a ciascuno di voi. Forse una cosa non sapete. Il mio rapporto con voi, lungo rapporto oramai, non è solo quello di offrirvi settimanalmente un pensiero evangelico che sia come un pezzetto di pane di vita che ci accompagna nella fatica quotidiana, ma è soprattutto quello di esservi vicino nella preghiera: ogni giorno, a uno a uno. A volte, mentre prego per voi, è come mi sfilassero davanti le vostre sofferenze e le vostre speranze, i vostri problemi e le vostre croci. Me le carico tutte sulle spalle, come ha fatto il buon Cireneo con la croce di Gesù e poi queste croci le deposito sull'altare del Signore che è la sola croce che può accogliere le nostre. Anzi le nostre, direbbe san Paolo altro non sono, quando sono vissute con fede e amore, che quanto "manca" alla passione del Signore. In altre parole vi voglio bene. Cosa potrei augurare per voi a Natale? "La pace, o la felicità" sono certo rispondereste nella totalità. E, come interpretando questo desiderio fortissimo dell'uomo di sempre, Dio fece cantare agli Angeli sulla grotta di Betlemme: "Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama". Ossia pace come un "ricevere amore da Dio" un essere infinitamente amati da Dio. Riporre la pace altrove e mettersi fuori strada. Credere che la pace venga dalla ricchezza, dai beni materiali o da altro, è affidarsi a tutte le angosce del nostro tempo. Pace è Dio. Pace è essere amati e amare Dio. Ai tempi della nascita di Gesù vi erano le violenze, le povertà, l'infelicità che vediamo anche noi tutti i giorni come tragedia quotidiana: tanto quotidiana, che non fa più neppure scandalo o commozione. Leggevo giorni fa una serie incredibile di cronache "nere"; cronache che parlavano di violenze ai bambini: addirittura bambini uccisi perché "davano fastidio"; ragazze uccise nella follia o della droga o del sesso. C'era da spaventarsi o indignarsi di essere o vivere in questo tempo. Ed allora come oggi, così si cercava e si cerca "qualcuno", "qualcosa" che sia speranza per vivere, sia "augurio di pace", se non addirittura "senso di pace interiore". La notizia che questa speranza era alle porte la diede l'Angelo a Maria Santissima con queste parole che sono il Natale: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e figlio dell'Altissimo: il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe" (Lc 1, 26-30). Maria rispose con l'esemplare obbedienza della fede: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto... E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi... A quanti l'accolgono dà il potere di diventare figli di Dio" (Gv 1, 9-14). Ecco, Natale e tutto qui: in Dio che ama "alla follia" ciascuno di noi fino, per dimostrarcelo e fare in modo che il suo amore sia un fatto che dà vita speranza gioia, a "mandare il suo Figlio tra di noi", come uno di noi, che conosce cosa voglia dire vivere da "uomini" in questo mondo; cosa voglia dire sentirsi stritolati quasi dalla debolezza personale: con le gambe rotte dalla cattiveria che ci sta attorno; con il volto "sfatto" per le percosse che riceviamo dalla vita o che diamo; con il cuore di ghiaccio per la freddezza che sentiamo pur vivendo gomito a gomito con una umanità di 5 miliardi di uomini. Sempre con il tremito addosso per la paura che ci circonda da ogni parte; con gli occhi velati di pianto perché tante volte tendiamo la mano per sentirci vicino qualcuno ed è una mano che stringe il vuoto ed il gelo della indifferenza. Lui tutte queste cose le farà sue fino a morirne. Per vincerle però. Per dirci, una volta per tutte, che "la sua mano stringerà sempre la nostra, se la cerchiamo"; che le sue spalle saranno sempre pronte a portare la nostra croce; che sarà nostro samaritano quando ci sentiremo a terra per mille ragioni. Ma di più, che sarà il "nostro pane" spezzato nella Eucarestia al punto che la Sua vita, il suo amore può diventare la nostra vita. Come a dirci: "E' finito il tempo della solitudine. Tutto può venirti a mancare: il mio amore mai". A sentirci dire tutto questo da Dio – ed è il solo significato del Natale – viene da correre come i pastori e i Magi. |