| Omelia (11-07-1999) |
| mons. Antonio Riboldi |
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Il seminatore uscì a seminare... Leggendo il Vangelo si ha come l'impressione viva di Gesù che percorre tutte le contrade della Palestina, portando dovunque la "buona novella" del Regno di Dio. Una vera pioggia di luce su un mondo che si è sempre distinto per il buio di cui sa circondarsi. E' come se la Verità, che è Dio stesso che si rivela e rivela l'uomo all'uomo, volesse ai nostri tempi rompere quella fittissima coltre di, nebbia che impedisce di camminare con sicurezza. Ad ascoltarLo correvano in tanti. Si parla sempre di folle che non si stancavano di pendere dalla sue labbra. E deve essere stato meraviglioso stare in ascolto di Dio stesso. Chi di noi non si augurerebbe di essere uno qualunque di loro? Ma cosa si attendevano dalla bocca di Gesù? Verità da vivere o curiosità da raccontare o attese da soddisfare? Certamente ci sarà stato chi pendeva dalle labbra di Gesù. Da qui la parabola del buon seminatore. Gesù si paragona al contadino che va nel suo campo desideroso che questo diventi una messe colma di frutti. Non lo vuole il suo campo un deserto che sa solo di morte: e neppure un groviglio di spine: e neppure un terreno sassoso dove è impossibile attecchisca la vita. Vuole un campo arato, "buono", disponibile ad accogliere il suo seme: come la rosa si apre per accogliere tutta la luce da cui prende poi bellezza, colore, profumo. E trova invece, il contadino, che il suo campo è composto da tutto questo. Trova un terreno che è diventato piatto, calpestato da tutto e da tutti, insensibile ormai ad ogni cenno di vitalità. Non è più in grado di comprendere le bellezze della Verità. Una insensibilità che fa paura: la constatiamo noi stessi giorno per giorno e in modo preoccupante. Quante volte si rimane increduli di fronte alla durezza di cuore. Addirittura ci si sente deridere quando si accenna alla gioia di essere nella Verità, alla serenità che viene a tutti di vivere i grandi valori che sono la dignità dell'uomo, il suo essere simile a Dio! "Ci credi ancora a queste cose?" è la risposta secca alla proposta della "buona novella". Non c'è più neppure la sofferenza di chi cerca la verità o la bontà, perché si sente male all'oscuro e nel male. Una insensibilità che è peggio della morte. Ne sanno qualcosa dolorosamente tante mamme e papà. Anche in questi Gesù getta il suo seme, la sua parola. "Viene il maligno e lo ruba". A volte il buon seme ha più fortuna: non trova "una strada totalmente calpestata", trova un terreno "sassoso": ossia ci sono nell'uomo piccoli spazi di bontà: non tutto è morto. Tanto è vero che la verità, la luce prendono vita. "E' l'uomo che ascolta la Parola e subito l'accoglie con gioia", ma ci sono quei sassi che impediscono al seme di affondare le radici. Potremmo dire che è "una gioia superficiale". Difatti appena giunge una tribolazione, il piccolo stelo che si era come affacciato al sole, si affloscia e della gioia, dell'entusiasmo che si era conosciuto nell'accogliere la verità di Dio, rimane nulla. Si torna al deserto di sempre. Come è vera questa descrizione di Gesù anche ai nostri tempi. Quante storie e testimonianze noi tutti potremmo raccontare in proposito: a centinaia, a migliaia. "Come mai – ci siamo chiesti tante volte – quella persona che sembrava rinata dopo un corso di Santi Esercizi, dopo una bella predica, è finita nella incredulità?". C'è poi un terreno che sembra più fortunato, più aperto alla luce di Dio. Ma è un terreno che sembra ombreggiato da una ragnatela di spine. Il seme riesce a passare tra le spine, ossia l'uomo "ascolta": ma la ragnatela poi non perdona. Nel momento in cui lo stelo cerca libertà per la crescita impietosamente è fermato nello sviluppo dalle spine e dai rovi. Le spine, Gesù le chiama "le preoccupazioni del mondo e l'inganno delle ricchezze". Oggi, nella società che chiamiamo del benessere, come è facile trovare campi di spine. Forse qui abbiamo la lettura dell'animo umano ai nostri tempi. Anche tra di noi: o forse in noi. Occorrerebbe avere il coraggio di levare le pietre, o le spine, decisamente, fino a farlo diventare "terreno buono", se vogliamo che il seme porti frutto e in abbondanza. Quando il terreno è buono, si verifica sempre quanto dice il profeta Isaia: "Così dice il Signore: come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà senza effetto, senza avere operato ciò che desidero e senza avere compiuto ciò per cui l'ho mandata" (Is 55, 10-11). In tanti anni di sacerdozio e di episcopato, ovunque, nella Chiesa che Dio mi ha affidato e su tante piazze di tutta Italia: quanta gente ho incontrato! Quanto "seme di Dio" ho gettato! E ogni volta che parlo, la parabola del buon seminatore si ripete. Con gente che forse "irride" a ciò che si dice (poche volte). Con tanta gente entusiasta che molte volte si commuove (e sono i più). E qualcuno che a distanza vive ciò che ha "accolto e compreso". La domanda è semplice e si pone a tutti: Gesù continua a seminare, ma io che terreno sono? Nella risposta c'è la chiave di ciò che siamo. |