Omelia (24-02-2002)
LaParrocchia.it
Il nostro destino: essere tra i beati...

Fratelli nella fede, nella concezione cristiana della vita, ogni uomo è un chiamato, riceve una vocazione proprio da Dio, insieme alle qualità e alle grazie per realizzarla. Essere cristiani significa vivere una vita di fede, conformare il proprio modo di pensare e di agire ai dettami del Vangelo; in qualche modo significa lanciarsi in un'avventura che ricorda quella di Abramo, che abbandona tutto per seguire la chiamata di Dio. Indubbiamente si tratta di una cosa difficile! Ma ciò è indispensabile se vogliamo realizzare la nostra vocazione di battezzati: incontrare il Signore e vivere con lui in una intimità di amore. Saremo capaci di simile generosità, di simile disponibilità? Ascoltare pienamente il Signore, per poter compiere la missione ch'egli ci affida? Questa è la sua chiamata! Quale sarà la nostra risposta?

La Bibbia ci ricorda che per merito di Abramo e dei suoi discendenti sarà mantenuta in mezzo ai popoli pagani la fede in un Dio unico, al quale soltanto è dovuto il culto di adorazione. Dalla sua discendenza nascerà il Messia salvatore. Per compiere la sua missione, Abramo dovrà affrontare mille difficoltà e accettare dei duri sacrifici: dovrà abbandonare la sua parentela e la sua terra, rinunciando così ad ogni umana sicurezza. La quaresima ci invita a liberarci di tutto ciò che ci impedisce di rispondere alla volontà di Dio. La nostra fede è tanto viva, e la nostra speranza tanto solida da farci abbracciare questi sacrifici?

Il Vangelo è per ciascuno di noi una sorgente di vita e di immortalità. Però bisogna saperlo abbracciare nonostante le resistenze e le ostilità che può suscitare. Non c'è dubbio: Dio ha concepito per ciascuno di noi un disegno meraviglioso e vorrebbe vedercelo realizzare nella fede assoluta e nell'amore totale. Si tratta della riuscita della nostra vita. Egli ama ciascuno di noi, come se ognuno fosse l'unico.

La Quaresima è il "tempo propizio" per purificare il cuore, per imparare a vivere da figli di Dio, per amare con sincerità il Padre e vivere sotto il suo sguardo.

La visione del monte Tabor ci dice ciò che siamo e ciò che diventeremo. Se questa trasfigurazione è avvenuta nel Capo - Cristo; deve avvenire anche nel suo corpo, la Chiesa e in ognuno di noi, membra di quel corpo. È per questo che Gesù chiama e porta con sé, Pietro, Giacomo, Giovanni: Pietro, è l'Apostolo che deve confermare nella fede i suoi fratelli, Giacomo, è il primo degli apostoli che darà il suo sangue per Gesù, Giovanni, è l'apostolo dell'Amore.

La Chiesa ed ogni singolo credente e cristiano deve vivere sempre questi tre impegni: insegnare, testimoniare, amare. Ogni volta che la Chiesa vive questi impegni, trasfigura se stessa e trasfigura il mondo. La fede non annulla i nostri dubbi e le nostre incertezze. Il sincero desiderio di vivere in pienezza il nostro battesimo, di seguire Cristo nelle sue scelte fondamentali, si scontra ogni giorno con la nostra debolezza, talvolta anche con i nostri ripensamenti... Come sul monte della trasfigurazione, il Signore, prende anche noi in disparte perché in questo luogo privilegiato di preghiera, possiamo ricuperare le forze per ridiscendere a valle e riprendere coraggiosamente il nostro cammino verso Gerusalemme, verso il compimento della nostra pasqua. Ciascuno di noi è chiamato a manifestare la propria fede sradicandosi giorno per giorno dalla terra del proprio egoismo, dalle proprie idolatrie, per mettersi sulla strada di un'altra terra, oltre il tempo e lo spazio.

Gesù, come Abramo e Timoteo, ci insegna che dobbiamo essere coraggiosi e generosi davanti alle difficoltà e portare fino all'estremo la nostra fiducia in Dio, con la certezza di essere attesi e benedetti da Lui. La trasfigurazione che fu una prova della divinità del Cristo e un saggio della sua futura glorificazione, ci annuncia e rivela anche il nostro destino. Se avremo ascoltato la sua voce, se avremo fatto la sua volontà saremo tra i beati che splenderanno della stessa gloria che si manifestò su monte Tabor. E così sia!