Omelia (28-12-2008)
padre Ermes Ronchi
Rovina, risurrezione, contraddizione

Portarono il bambino a Gerusalemme, per of­frirlo al Signore. Il figlio è dato ai genitori e subito è da loro offerto ad un sogno più grande, intrecciato da su­bito alla sorte di Dio e della città dell’uomo. Per dire che i figli non sono nostri, stanno ad una profondità abissale che non raggiungeremo mai, appartengono alla loro voca­zione. Devono realizzare non i nostri desideri, ma il desi­derio di Dio. Questa è la pri­ma santità della famiglia: san­tità è quando nella mia casa mi sento amato e sono capa­ce di amare, dimorando den­tro un amore più grande del­la mia casa, quello di Dio. Al­lora la vita fiorisce in tutta la sua misteriosa densità e bel­lezza.
Nel tempio il bimbo passa dalle braccia di Maria a quel­le di Simeone, in un gesto ca­rico di fiducia. Simbolo gran­de, invito forte a prendere fra le proprie braccia, con fidu­cia, la misteriosa presenza di Dio, che si incarna, che abi­ta, che si offre nel volto, nei gesti, nello sguardo di ognu­no dei miei cari. Fra le mie braccia, come il santo Si­meone, io stringo, stringen­do te, la Divina Presenza. Io abbraccio, abbracciando te, le impronte delle dita di Dio su di te. Sfiorando con lo sguardo o la carezza, o ascol­tando ogni mio familiare, po­trò pregare con la gioia di Si­meone: «i miei occhi hanno visto la tua salvezza». Potrò dire ad ognuno dei miei: tu sei salvezza che mi cammina a fianco.
Simeone dice tre parole im­mense: egli è qui per la rovi­na e la risurrezione di molti, segno di contraddizione. Ro­vina, risurrezione, contrad­dizione. Tre parole che dan­no respiro alla vita.
Vale per me oggi la sua pro­fezia: Sii per me rovina e ri­surrezione, Signore. Non la­sciarmi mai nell’indifferen­za, Cristo mia dolce rovina ( Turoldo) che rovini il mio mondo di maschere e bugie, che rovini la vita illusa.
Contraddicimi, Signore: con­traddici i miei pensieri con i tuoi pensieri, questa mia a­mata mediocrità, le sicurez­ze del Narciso che è in me, l’immagine falsa che ho di te. Sii mia risurrezione, quando sento che non ce la faccio, quando ho il vuoto dentro e il buio davanti; dopo il falli­mento facile, la fedeltà man­cata, l’umiliazione bruciante risorgi con le cose che ama­vo e credevo finite.
Anche a te una spada, Maria: non sei esente dal dolore. La fede non produce l’anestesia del vivere. Ma non lascia mai affondare nella banalità. E se la spada sarà contraddizione e sembrerà rovina, verrà co­munque, nel terzo giorno, la terza parola di Simeone: egli è risurrezione.