| Omelia (16-03-2008) |
| don Ezio Stermieri |
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In fondo alla strada Processionalmente, come chiesa in cammino nella storia, ci siamo introdotti in questa settimana santa che drammaticamente rivive la gloria, il rivelarsi di Dio che sul dorso di un asinello, animale di pace, entra in ogni Gerusalemme umana ed il suo abbassamento totale per caricarsi e liberarci da ogni male, Settimana che mette nella scena della salvezza un’altra processione di una folla aizzata da poteri accecati, politico e religioso, sulla via dolorosa dove Colui che era entrato nella nostra città per abbattere ogni muro di divisione, per inaugurare un Regno di amore e non di prepotenza, per imbandire una mensa dove da fratelli dividere il Pane, Lui stesso e bere al Calice della gioia, per rovesciare i poteri occulti della ipocrisia, della forza dell’interesse e porre al centro i piccoli, i deboli, gli ammalati e poveri emarginati per lasciar spazio ad una civiltà a misura d’uomo perché l’uomo ha incontrato Dio... Ora è spinto fuori dalla città da una folla urlante che a Lui braccato, venduto, tradito, consegnato, rinchiuso, calunniato, flagellato, deriso, coronato di spine: vera immagine dell’uomo privato della sua dignità... ha preferito Barabba, il terrorista, l’omicida, il plagiatore di folle esasperate. Su quella via del dolore siamo attratti e spinti anche noi. Attratti perché inconsciamente ci pare che nella storia di Gesù ci sia qualcosa della nostra e in quella "solitudine" che barcolla, cade, denudata, crocifissa, derisa e sfidata ci sembra di leggere tanti capitoli della storia umana, collettiva e personale. È proprio lui quello che Isaia aveva intravisto: Colui che si sarebbe caricato del nostro fallimento per darci la forza di attraversare ogni mortificazione e la stessa morte per contemplare la "giustizia" di Dio. E così, seguendolo ci dona, ci carica della energia indispensabile per sopravvivere: la speranza. Ma poi da osservatori interessati, da inevitabili giudici per tanta gratuita violenza contro l’innocente, prendiamo atto che quanto è successo e si rinnova è anche causato da noi. Quante volte come Giuda l’abbiamo "consegnato" a chi nella società non lo ama, lo vede come segno di debolezza che merita disprezzo! E chi non ha ripetuto più e più volte: io non lo conosco! Quante volte abbiamo pensato come bestemmia il suo dichiarato rapporto con Dio, riducendolo a misura del nostro comprendonio o interesse... C’è forse qualcuno che di Cristo non si sia lavato le mani, o come Erode, non ne abbia fatto un animale da circo, da spettacolo, da emozioni più che da conversione? Ci siamo spartiti le sue vesti, ci siamo serviti di Lui più che, come Lui metterci a servizio. Dio non voglia che qualche volta avvertendolo debole, crocifisso, abbandonato non l’abbiamo bestemmiato e rimproverato di inutilità! Fratelli andiamo fino in fondo a questa strada. Anche in questo nostro tempo scopriremo il tentativo di rendere sicura la tomba e sigillare la pietra e dichiarare finita la storia di Cristo. Stiamo attenti perché invece fino alla fine dei tempi egli risorgerà in ogni uomo ed ognuno in Lui troverà salvezza. |