| Omelia (09-03-2008) |
| don Ezio Stermieri |
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Convertirsi alla verità. Non esiste autentica conversione a Dio (appello della Quaresima!) che non sia anche sincera conversione all’uomo così come è nel pensiero di Dio rivelato in Gesù: capace di vincere la tentazione del Male. Né esiste possibile conversione al Dio di Abramo se non è fattiva conversione alla storia così come Dio l’ha pensata: spazio e tempo della bellezza per "l’oltre" che ci attende. Non esiste conversione credibile a Dio, diventerebbe subito un "idolo" che non sia coraggioso rinnovamento religioso, spirituale, assetato bisogno di quella parola che solo Gesù può dire perché "veritiero", dice tutta la verità su Dio e sull’uomo. Sarebbe illusoria la conversione se non fosse Dio ad illuminare la strada, ritornerebbe ad essere su misura del miope utilitarismo se non fosse Cristo ad aprirci i nuovi orizzonti della vita nuova. Ma non sarebbe conversione durevole se non andasse a quella radice che è in ognuno dove il pensiero e l’esperienza della morte paralizza, ingiallisce, intimidisce ogni slancio di vita. La grande ubriacatura odierna di "presente", con la sua "nausea" del passato e "angoscia" del futuro, il distacco da Dio ben si può riassumere nel singhiozzo di Marta e di Maria: "se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto". È il grido ad un Dio assente e ad un Cristo apparentemente impotente la disaffezione che svuota le chiese e riempie gli ipermercati per riempirci di "avere" prima che ci sia rubato l’esserci. Non può esserci conversione e ritorno se non riacquista valore la parola di Gesù che rivela da che parte sta Dio in riferimento al nostro morire: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno!". È difficile un ritorno a Dio se non lo si vede piangere sul nostro pianto, se non lo si sente dire: "togliete la pietra", se non lo si sente gridare: "vieni fuori!". Solo allora si comprende come siamo stati noi, togliendo Dio dal nostro orizzonte a precipitare in una concezione materiale, secolare, mortale dell’esistenza ma il pensiero di Dio a cui convertirci (1a lettura) è di essere stati chiamati alla vita per la vita, nel tempo come esercizio della nostra libertà, intelligenza, amare per divenire capaci di Dio in eterno. Dio è il "per sempre" sulla nostra vita: amore, intelligenza, ricerca, costruzione, felicità, interiorità. Certo dirà S. Paolo (2a lettura) che chi si lascerà dominare dal suo essere di carne non potrà che essere condizionato dal suo apparente finire ma (ed ecco la conversione) se è la parte spirituale che è in noi, ci costituisce, dà forma alla nostra esistenza a signoreggiare le scelte, gli orientamenti della vita, allora emerge la nuova interpretazione della vita: Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai nostri corpi. Non dunque una conversione a Dio a spese del nostro essere di carne ma conversione alla idea che Dio ha dell’uomo: Spirito, anima e corpo, un tutt’uno a dimostrazione che la gloria di Dio è l’uomo vivente. |