| Omelia (16-11-2008) |
| LaParrocchia.it |
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Eccesso di prudenza Il brano evangelico di oggi insiste ancora una volta sulla vigilanza attiva e sulla responsabilità coraggiosa che devono contraddistinguere chi ha accolto il messaggio della salvezza. La parabola non manca di una punta polemica: Matteo pensa evidentemente ad una comunità poco impegnata, che si addormenta sugli allori. Il servo che si è accontentato di nascondere il suo talento, eseguendo servilmente quella che pensa essere la consegna del padrone, viene definito "malvagio e infingardo", "fannullone". Il primo evangelista è talmente preoccupato di invitare i credenti a superare continuamente se stessi camminando sulla via delle beatitudini, che non ci stupisce la dura conclusione della parabola. L'atteggiamento di Matteo non è ingiustificato: si tratta della relazione eterna fra il Cristo e il cristiano, della "gioia del padrone" a cui tutti siamo chiamati. Potremmo quasi dire che all'ultimo giorno ciascuno avrà il giudice che si sarà meritato. Gesù non ha nulla del padrone duro ed esigente; ciò che attende da noi è commisurato al suo amore che non può accontentarsi di poco: ci chiede tutto per donarci tutto. La parabola dunque va ben al di là del livello morale a cui si colloca la prima lettura. Non si tratta più semplicemente di valorizzare i doni ricevuti: il capitale che il Signore ci affida è prima di tutto la sua parola, che apre alla nostra vita orizzonti infiniti. Ed è anche la missione evangelizzatrice, a cui si ricollega il futuro della chiesa e del regno. Dobbiamo chiederci se i cristiani non sono diventati dei "conservatori della Parola", per paura del rischio, per difetto di fantasia e di iniziativa, di fronte ai bisogni del mondo. Continueremo a mancare agli appuntamenti con la storia, per un eccesso di quella prudenza in cui per troppo tempo ci siamo rinchiusi? |