Omelia (28-09-2008)
LaParrocchia.it
Le opere sono la prova della nostra coerenza

Non si sottolineerà mai abbastanza la misteriosa simpatia di Gesù per i caratteri forti, poco inclini a sottomettersi immediatamente all'obbedienza della fede. Forse intuiva le ricchezze segrete dei cuori ribelli, e le loro possibilità di autentica conversione; o forse si ricordava di Giobbe, e provava disgusto, come dice l'Apocalisse, per gli uomini tiepidi, né freddi né caldi.

La parabola dei due figli è significativa a questo proposito. Si tratta di due figli che hanno un comportamento molto diverso nei confronti del padre: il primo dice "sì", ma non fa nulla; il secondo dice "no", poi si pente e obbedisce. Non è possibile ingannarsi: dietro all'invito a lavorare nella vigna del padre, c'è la chiamata di tutti gli uomini al regno di Dio.
"Il secondo ha compiuto la volontà del padre", costatano gli ascoltatori di Gesù. Dunque hanno capito. E anche noi dovremmo aver capito, di fronte a una parabola in cui si specchia con terribile chiarezza la nostra vita: i nostri sì che assomigliano tanto a dei no, i nostri buoni motivi per non fare troppo, il nostro disimpegno, la nostra pigrizia. L'obbedienza si esprime attraverso gesti concreti, e non semplicemente attraverso un "sì" o un "amen". "Fare la volontà del Padre" non significa stare fermi, ben installati nella propria buona coscienza, ma significa piuttosto pentirsi del proprio rifiuto e lavorare alla realizzazione del Regno.

Bisogna che ci guardiamo in questo specchio, noi battezzati di vecchia data, e bisogna che si guardi in questo specchio la nostra chiesa antica di venti secoli, la nostra chiesa d'occidente così ricca di denaro, di tradizioni e di cultura. I pubblicani e i peccatori rischiano ancora di precederci nel regno, perché c'erano più promesse e più futuro nel figlio che diceva "no" e poi, convertito, andava a lavorare nella vigna, che in quello che diceva "sì" fin dall'inizio, e poi si fermava alle parole.