Omelia (21-09-2008)
padre Ermes Ronchi
Una bontà che va oltre la giustizia

Finalmente un Dio che non è un 'padroné, nemmeno il migliore dei padroni. È altra cosa: è il Dio della bontà senza per­ché, che crea una vertigine nei nor­mali pensieri, che trasgredisce le regole del mercato, che sa ancora saziarci di sorprese.
Intanto è il signore di una vigna: fra tutti i campi la vigna è quello dove il contadino investe più passione e più attese, con sudore e poesia, con pazienza e intelligenza. È il lavoro che più gli sta a cuore: per cinque volte infatti, da uno scuro all’altro, esce a cercare lavoratori.
E' questa terra la passione di Dio, e coinvolge me nella sua custodia; è questa mia vita che gli sta a cuore, vigna da cui attende il frutto più gioioso. Eppure mi sento solidale con gli operai della prima ora che contestano: non è giusto dare la medesima paga a chi fatica molto e a chi lavora soltanto un’ora. È ve­ro: non è giusto. Ma la bontà va ol­tre la giustizia. La giustizia non ba­sta per essere uomini. Tanto meno basta per essere Dio. Neanche l’a­more è giusto, è un’altra cosa, è di più.
Se, come Lui, metto al centro non il denaro, ma l’uomo; non la pro­duttività, ma la persona; se metto al centro quell’uomo concreto, quello delle cinque del pomerig­gio, un bracciante senza terra e senza lavoro, con i figli che hanno fame e la mensa vuota, allora non posso contestare chi intende assi­curare la vita d’altri oltre alla mia.
Dio è diverso, ma è diversa pie­nezza. Non è un Dio che conta o che sottrae, ma un Dio che ag­giunge continuamente un di più. Che intensifica la tua giornata e moltiplica il frutto del tuo lavoro. Non fermarti a cercare il perché dell’uguaglianza della paga, è un dettaglio, osserva piuttosto l’ac­crescimento, l’incremento di vita inatteso che si espande sui lavora­tori.
Nel cuore di Dio cerco un perché. E capisco che le sue bilance non sono quantitative, davanti a Lui non è il mio diritto o la mia giusti­zia che pesano, ma il mio bisogno. Allora non calcolo più i miei meri­ti, ma conto sulla sua bontà. Dio non si merita, si accoglie.
Ti dispiace che io sia buono? – No, Signore, non mi dispiace, perché sono l’ultimo bracciante e tutto è dono. No, non mi dispiace perché so che verrai a cercarmi anche se si sarà fatto tardi. Non mi dispiace che tu sia buono. Anzi. Sono felice che tu sia così, un Dio buono che sovrasta le pareti meschine del mio cuore fariseo, affinché il mio sguar­do opaco diventi capace di gusta­re il bene.