Omelia (20-07-2008)
mons. Roberto Brunelli
Tra il grano e la zizzania

Ancora sulla semina e sui suoi frutti: la parabola di oggi può essere intesa come uno sviluppo di quella di domenica scorsa. Il seminatore sparge la semente, che in parte si perde e, anche là dove attecchisce e porta frutti abbondanti, cresce frammista a erbe infestanti come la zizzania. Che fare? Se si strappa le erbacce si rischia di strappare anche il buon grano; conviene, dice Gesù, aspettare sino alla mietitura e solo allora separare questo da quelle, destinandoli alla sorte che meritano: il buon grano al sicuro nel granaio, le erbacce ad alimentare un bel falò. Il significato è trasparente: il campo è il mondo, il buon grano sono gli uomini che corrispondono ai doni di Dio, la zizzania sono i malvagi, e la differenza si vede alla fine.
Questo quadretto di vita contadina, all'apparenza così semplice, esprime un illuminante insegnamento su come Dio guarda agli uomini che popolano il pianeta, e risponde a un interrogativo che spesso si sente ripetere. Perché Dio non interviene a bloccare chi fa del male? Perché non manda subito all'inferno tipi come Hitler, o come chi violenta, uccide, tortura, affama e così via? Risposta: Dio è paziente, è tollerante, è misericordioso; come si dice in altre parti della Scrittura, Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Egli dà tempo (e richiami) a tutti, perché cambino vita; è come il padre di quell'altra parabola, in ansiosa attesa che il figlio prodigo torni da lui. Certo, se malgrado la pazienza e le tante sollecitazioni un uomo persiste sino alla fine nel suo rifiuto, Dio rispetta la libertà che lui stesso gli ha donato e non lo costringe a stare con lui. Sarà per sempre senza di lui: e questo è propriamente l'inferno, che l'immaginario popolare ha riempito di fiamme e diavoli neri col forcone, mentre in realtà è semplicemente (ma terribilmente!) la condizione di una vita per sempre priva dell'unica vera ragione per viverla.
Dio è paziente: e mille esempi lo dimostrano. Siamo nell'anno paolino, ricordiamo solo il caso di Paolo. Ragionando come pretendono alcuni, all'uomo che andava a Damasco ad arrestare i suoi amici Gesù avrebbe dovuto mandare un accidente, non l'illuminazione, privando così il mondo del bene immenso portato dalla conversione del persecutore. E poi, riflettiamo: se Dio cominciasse a punire i peccatori, a che punto si dovrebbe fermare? Se colpisse chi manda a morte sei milioni di uomini, perché non anche uno solo? I comandamenti sono dieci, davanti a lui tutti della stessa importanza: quale uomo può affermare di non averne mai violato neppure uno? "Se tu guardi le colpe, Signore" recita il salmo 129, "Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono...".
Il perdono, la pazienza, la misericordia: questo è lo stile di Gesù, che in croce ha perdonato chi ce l'aveva inchiodato, e ha perdonato Pietro che l'aveva rinnegato tre volte, e avrebbe perdonato anche a Giuda, se si fosse pentito. E' lo stile di Gesù, riflesso di quello del Padre suo, e modello per noi. Quante volte, gli chiese un giorno Pietro, devo perdonare chi mi fa del male? Sette volte? E gli pareva che sette fosse un numero generoso; chissà lo stupore nel sentirsi rispondere: Non sette, ma settanta volte sette. Cioè, sempre. E quando insegnò a pregare, Gesù invitò a chiedere al Padre nostro: "Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori". Se nei confronti del prossimo coltiviamo pensieri di vendetta o semplicemente pretendiamo giustizia, che sarà di noi di fronte a Dio?