Omelia (20-07-2008)
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Da piccolo, non avendo nonni a portata di mano (quelli paterni erano già morti, quelli materni erano lontani e la nonna era pure inferma...) ed essendo mio papà lontano da casa per via della guerra, le storie me le raccontava mia mamma.
Non mi ricordo se le capivo o meno, ma percepivo vagamente che attraverso quei racconti veri o di fantasia, avrei dovuto apprendere l'arte di vivere. Arte che faticavo a mettere in connessione con quanto suggeriva la storia, come ad esempio nel caso della storia di santa Genoveffa' che veniva nutrita con un tozzo di pane secco portatole da un corvo nero... Oppure come nel caso della storia di Cappuccetto Rosso che faticavo a credere femmina per via del copricapo declinato al maschile, del bosco che non capivo cosa fosse non essendoci ancora i cartoni animati a farmelo immaginare, della nonna che non riuscivo ad immaginare non avendola a portata di mano... per non dire del lupo di cui al paese dove abitavo esisteva una strada dal nome spaventevole per noi bambini, "via cantalupo" appunto, da evitare assolutamente di andarci, sia in concreto che nella fantasia...
Insomma, un bel pasticcio e una vera difficoltà imparare a vivere per via di storie e racconti... ma la faccenda divenne via via più facile ("tutto è difficile prima di essere facile" ammonisce un vecchio adagio) mano a mano che mi imbattevo nelle parabole del vangelo. E fu proprio grazie ad esse che, curiosamente e misteriosamente, iniziarono a piacermi e ad affascinarmi altre storie, metafore, allegorie, paradossi, enigmi... fino al punto da considerare la vita medesima una sorta di misteriosa ed immensa metafora.

I simpatici paradossi di Gesù...

Andando dritti al vangelo di oggi, è quasi divertente notare con quale gusto Gesù nasconda nelle sue parabole il fascino del mistero... e lo nasconda soprattutto ai saputoni. Sembra quasi divertirsi a velare e a vestire con delicato pudore la sconvolgente e disarmante nudità della verità del Regno dei cieli. Sembra quasi provar gusto a voler ubriacare la mente con il forte spirito del paradosso.
Paradosso che si nota subito nel divertente contrasto della descrizione del Regno dei cieli fatta con spunti e riferimenti strettamente legati alla terra...
Forse, e senza forse, per insinuare l'idea della possibilità e convenienza di poter vivere sulla terra come se fosse già il cielo, di non aspettare cioè a vivere bene quando non ci saranno più problemi esistenziali... Idea anche psicologicamente corretta e spiritualmente senza alternativa...
Come a dire che chi ha intuito essere il Regno dei cieli la realtà suprema cui riferirsi nel proprio pensare ed operare quotidiano deve poterne trarre le dovute conseguenze e cioè riconoscere che gli atteggiamenti di vita da Regno dei cieli trovano tranquillamente posto e collocazione già nel "qui ed ora" del vivere quotidiano sulla terra.
Altrimenti, che senso avrebbe la perentoria affermazione di Gesù: "Il Regno dei cieli è in mezzo a voi", e più ancora: "Cercate innanzitutto il Regno di Dio e il resto vi sarà dato in sovrappiù"?
Bando a collere, paure e tristezze...

Vivere da Regno dei cieli sulla terra comporta quindi di derivare dalla fede tutta una serie di atteggiamenti interiori virtuosi che ci contraddistinguono e che siano in grado di contenere e di rintuzzare gli inevitabili attacchi di collera e rabbia contro il male (compresa anche la zizzania che viene da dentro il nostro cuore), di paura per l'apparente non senso o piccolezza del nostro darci da fare (tutti i semi sono piccoli... compreso quello di senape), di mestizia o dolore per il non riconoscimento del nostro operare, per una approvazione che non arriva mai, per un applauso che ci farebbe aprire le piume del pavone e chiudere però con il Regno di Dio (Dio vede nel segreto e applaude alla fine... per il lavoro di lievito che ci ha concesso di fare).
Vivere da Regno dei cieli sulla terra comporta quindi pazienza infinita nei rapporti interpersonali (e non intransigenza di giudizio, condanna astiosa del male altrui...) fiducia sorridente nel Dio che ci fatto con i nostri talenti e limiti e sa bene come mai (e non sospirosa lamentazione per l'altrui, e propria, pochezza), tenacia poderosa contro lo scoramento per un riconoscimento che non arriva o peggio per una derisione che arriva puntuale a umiliare la nostra inutilità...
Vivere da Regno dei cieli equivale concretamente a vivere sulla terra come se fosse il paradiso, mettendo proprio tutto nelle mani di Dio, lasciandosi proprio andare a fare soltanto la sua volontà, che appunto perché santa faciliterebbe anche a noi, per contagio paradossale, la santificazione
La quale santificazione sembra proprio passare per questa coordinate: non prendersela troppo contro il male (zizzania), non immusonirsi per la piccolezza o marginalità del proprio posto nel grande quadro del Regno di Dio (piccole seme di senape), né tantomeno farsi il sangue acido di risentimenti per l'invisibilità del proprio operare (lievito).


Commento a cura del Prof. Gigi Avanti