| Omelia (13-07-2008) |
| mons. Roberto Brunelli |
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La Parola tra i campi Un tempo la coltivazione dei campi, costituendo l'attività della maggioranza della popolazione, condizionava la vita dell'intera società. Oggi, almeno nell'opulento mondo occidentale, prevalgono l'industria e il terziario, sicché il mondo agricolo si allontana sempre più dall'orizzonte comune degli interessi e delle preoccupazioni; che ci sia pioggia o sole appare più rilevante per il successo delle vacanze che per l'esito dei raccolti. E forse avviciniamo più alla poesia che alla concretezza della vita le fascinose immagini delle letture di questa domenica. La prima è tratta dal libro del profeta Isaia (55,10-11): "Dice il Signore: Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca". E il salmo responsoriale (il 64) pare un inno alla bellezza della primavera: "(Signore), tu visiti la terra e la disseti, la colmi di ricchezze... Coroni l'anno con i tuoi benefici, al tuo passaggio stilla l'abbondanza. Sbocciano i pascoli del deserto e le colline si cingono di esultanza. I prati si coprono di greggi, le valli si ammantano di grano; tutto canta e grida di gioia". Anche il vangelo attinge al mondo agricolo, con una parabola relativa alla semina. Per capirla occorre ricordare che i campi della Palestina, al tempo di Gesù (ma in parte tuttora), non erano come i nostri; si coltivavano le colline, dove piccole frazioni di buon terreno si alternano a rocce affioranti e cespugli selvatici. Ecco perché chi sparge la semente non può evitare che una parte vada perduta: sull'arido sentiero, dove "vennero gli uccelli e la divorarono", o sul terreno poco profondo tra i sassi, "dove subito germogliò, ma spuntato il sole restò bruciata: non avendo radici, si seccò", o "tra le spine, che crebbero e la soffocarono". E però "un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta". "Chi ha orecchi, intenda", conclude Gesù. E intendere il significato della parabola è facile, poiché poco oltre è lo stesso vangelo a spiegarlo. La semente è la Parola di Dio, diffusa tra gli uomini con larghezza ma con esiti differenziati, a seconda di dove cade: sul terreno arido di chi vi oppone rifiuto o indifferenza, sul terreno superficiale di chi è distratto o incostante, tra i cespugli degli interessi materiali che la soffocano, o nel buon terreno di chi la accoglie con attenzione e la fa fruttare. Ma prima e più dell'esito, è da considerare il fatto in sé della semina: Dio, l'Immenso, l'Eterno, l'Onnipotente, Lui che non ha bisogno di niente e di nessuno, si rivolge all'uomo, gli si propone come interlocutore, gli parla: quale degnazione, quale dono! Basterebbe questo a manifestare la grandezza dell'uomo, la sua incomparabile dignità, il valore unico, irripetibile, supremo della sua esistenza. E parlando dell'uomo si intende ogni essere umano, perché Dio non parla solo a qualcuno, più intelligente degli altri, o più importante, o a lui più simpatico: parla a tutti e a ciascuno, in tanti modi, sempre, nella bellezza del creato, nelle pagine della Bibbia, nell'esempio dei santi, nell'intimità della coscienza; parla, mosso da un inesausto amore che vuole il bene della persona amata. Sin dalla prima pagina la Bibbia afferma che Dio ha fatto l'uomo, maschio e femmina, a sua immagine e somiglianza. Spiegano gli esperti che l'immagine e somiglianza dell'uomo con Dio stanno nel fatto che entrambi, pur se ovviamente in grado diverso, sono intelligenti e liberi. Ora si capisce il motivo di questo agire di Dio: ha voluto l'uomo dotato di intelligenza per parlargli, per entrare in dialogo con lui; l'ha voluto libero, perché la sua risposta non fosse dettata dalla paura, o dalla necessità, ma dall'amore. |