| Omelia (20-07-2008) |
| Suor Giuseppina Pisano o.p. |
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Commento Matteo 13,24-43 (forma breve: Matteo 13,24-30) Anche in questa domenica, il passo del Vangelo propone una parabola, che contiene quei simboli che, già abbiamo incontrato la scorsa domenica; sono simboli agricoli della semina e del seme, che Gesù usa, per rendere comprensibile, e quasi visibile, la realtà soprannaturale che diciamo "Regno di Dio", la sovranità dell' Altissimo, che niente ha a che fare col dominio e col potere, perché è vita imperitura, che nasce dalla sorgente eterna dell' Amore: l'essenza stessa di Dio. Il regno di Dio è, dunque, un regno di armonia, di pace, di giustizia e di comunione, che accoglie in sè ogni uomo, e si diffonde per tutto il creato. Ed ecco la figura del Cristo, il Figlio Redentore, ancora adombrata in quel seminatore, che esce a seminare, soltanto, del buon seme, il seme della Parola, il seme della grazia, il seme della Verità che salva:«Il regno dei cieli, recita il testo, si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo.» Ora, da questo campo, si attende che produca frutto, un frutto buono, come il seme, che la terra ha accolto nel suo grembo; invece accade qualcos'altro: "Quando, la messe fiorì e fece frutto, recita il passo del Vangelo, ecco apparve la zizzania."; un frutto inatteso, seminato, nell'ombra, da una mano abituata a compiere soltanto azioni malvage; sono, queste, le opere di chiunque sia nemico del bene e semini iniquità. Il regno di Dio, che Cristo Gesù è venuto ad instaurare sulla terra, campo sconfinato e fecondo, destinato ad accogliere la salvezza, è insidiato dal male, col quale gli uomini, tuttavia, devono, temporaneamente, convivere, senza, però, lasciarsi travolgere. Nella parabola, facendo uso di immagini semplici e familiari, Gesù affronta il problema del male, che si annida nella Storia, fin dalle sue origini, quando il Tentatore insinuò nei Progenitori, il dubbio su Dio, e sul suo amore di padre che tutela i figli (Gn.3 ); e poi, nella pienezza dei tempi, mise alla prova lo stesso Figlio di Dio, insidiandone la missione (Mt.4). L'attività subdola del Maligno è instancabile; così scrive Pietro:" Il vostro nemico, il diavolo, si aggira come un leone ruggente, cercando di dividere. Resistetegli, saldi nella fede."(I Pt.5,8-9); se così non fosse, Gesù non ci avrebbe insegnato a pregare, anche con questa invocazione: " Padre...non lasciarci cadere nella tentazione!"(Mt.6,13) Si, perché le trame del Maligno sono imprevedibili, e, spesso, mimetizzate come opere di bene; così, come il loglio, al suo nascere, può esser facilmente confuso con uno stelo di grano, mentre grano non è. Con questa parabola, il Maestro insegna ad esser prudenti, vigilanti e accorti, operatori di bene, ma non fanatici giustizieri; il loglio di cui si parla, infatti, riguarda l'operare umano, e l'uomo, si sa, qualunque sia la sua situazione morale, resta la creatura che più sta a cuore a Dio, anzi, proprio per lui, malato, nello spirito, il Figlio si è incarnato e ha dato la vita. Perciò, se lo zelo dei servi è comprensibile, quando dicono di voler estirpare l'erba cattiva, non è giusto pretendere eliminare, totalmente, il male dalla storia dell'umanità, e, neppure dalla nostra, piccola storia personale. Il male cesserà, ma solo alla fine, quando la Storia avrà esaurito il suo corso, e su di essa si compirà il giudizio di Dio: Il male, pur vinto alla radice dal sacrificio del Cristo, accompagna l'esistenza umana, ma ciò non significa che ad esso ci si debba rassegnare, e, tanto meno, che debba essere avvallato; è nei confronti di chi lo compie, che il Signore comanda un atteggiamento di attesa, è l'attesa di chi sa, che non è consentito giudicare, perché il giudizio appartiene a Dio, Padre misericordioso, che legge nel cuore dell'uomo, ne attende il pentimento, per riabbracciarlo col perdono. E', questo, il Dio di cui ci parla, nella prima lettura, l'autore del libro della Sapienza; Colui che noi adoriamo, è il Creatore che ha cura di tutte le cose, e il suo ".. dominio universale", non è il potere di chi comanda, ma l'amore che lo rende "indulgente con tutti" "Tu, padrone della forza, continua l'Autore sacro, giudichi con mitezza; ci governi con molta indulgenza...e, con tale modo di agire, hai insegnato al tuo popolo, che il giusto deve amare gli uomini; inoltre hai reso i tuoi figli pieni di dolce speranza, perché tu concedi, dopo i peccati, la possibilità di pentirsi." E' un inno alla misericordia, quella che, poi, sarà rivelata pienamente in Cristo, e alla quale nella parabola, lo stesso Maestro esorta, quando dice:"... non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa, sradichiate anche il grano. Lasciate che l'uno e l'altro crescano insieme fino alla mietitura, e, al momento della mietitura, dirò ai mietitori:«Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; invece, il grano, riponetelo nel mio granaio»." La parabola ci invita, in tal modo, anche alla contemplazione, la contemplazione dell'amore paziente del Figlio di Dio, che non è venuto per giudicare ma per salvare, e la contemplazione dell'amore del Padre, che, come un'altra celebre parabola insegna, non si stanca di attendere il figlio lontano, per riaccoglierlo tra le sue braccia, e renderlo partecipe della ricchezza del suo amore. Una contemplazione, questa di cui parliamo, che deve produrre nel nostro cuore desideri grandi, a misura del cuore di Dio, desideri, che non sorgono immediati nel nostro povero cuore di creature, ma che, alimentati dall'azione dello Spirito, producono un'immensa fioritura di bene. Lo Spirito, infatti, come Paolo insegna:" viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza..." Lo Spirito, dunque, sia nostro maestro nell'ascolto, nella comprensione profonda della Parola, e nell'attuazione generosa di quel che il Signore Gesù oggi, insegna: la misericordia e il perdono. Sr Mariarita Pisano o.p. [email protected] |