Omelia (25-05-2008)
padre Gian Franco Scarpitta
Pane di vita ordinario e straordinario

Torniamo un po' indietro nel tempo ed immedesimiamoci nei sentimenti di Gesù e in quelli dei discepoli, nella fatidica circostanza in cui si consuma l'ultimo banchetto prima della consegna al patibolo per volere di Dio. Gesù annuncia ai presenti sbigottiti, straniti ed esterrefatti quella che sta per essere la sua "ora", nella quale le teenebre saranno favorite e sfrutteranno il cuore perdfido di Giuda perché Gesù cada in mano ai suoi carnefici ai fini di realizzare il disegno di amore del Padre per l'umanità (Lc 22, 53). Nella stanza al piano superiore della casa di Gerusalemme opportunamente adornata e ammannita, Gesù sta rattristando tutti con l'annuncio della sua prossima morte cruenta, covando anche egli medesimo lo sgomento e l'angoscia dei momenti terrificanti che lo attendono, quindi oltre che i suoi astanti discepoli esterrefatti, anche lui è in preda al panico e bisognoso di conforto e di consolazione. Tuttavia avverte di poter trovare una maniera inequivocabile per poter restare per sempre con i suoi, permettendo a tutti di vivere la sua indefinita compagnia: preso quindi un pane, lo benedice, lo spezza e lo distribuisce ai suoi discepoli affermando "Questo è il mio corpo". Quindi, terminata la cena, prende il recipiente del vino, e invitando tutti i presenti a sorseggiarne il contenuto afferma "Questo è il mio Sangue dato per voi".
Questi termini sono innegabilmente veritieri della sua presenza reale nelle specie del pane e del vino. Nel testo greco, la copula "è" che si riscontra in ambedue i contesti è tradotta con "estin", cioè l'essere reale e indubitabile che toglie spazio ad ogni incertezza che il pane e il vino sono realmente il suo Corpo e il Suo Sangue. Del resto, l'evangelista Giovanni (cap 6) ci ragguaglia della volontà gresuana che tutti si nutrano della sua carne e bevano il suo sangue per avere la vita, qualificandosi come il "pane vivo disceso dal cielo" nonché alimento di vita e di salvezza universale, consumando il quale tutti si ottiene vita e speranza. La presenza del Sangue accanto al Corpo qualifica e presenta il sacrificio a cui egli sta per esporsi a vantaggio dell'umanità intera, attestando insomma che il suo Corpo e il Suo Sangue vengono consegnati quale strumento di espiazione per i peccati dell'umanità e di riscatto per tutti gli uomini che in questo stesso sacrificio vengono giustificati. Melkisedek aveva offerto pane e vino ad Abramo quale segno di ospitalità a colui che tornava da una spedizione militare passando nel terriotrio del re di Salem, essendo egli sacerdote del Dio altissimo (Gen 14, 18 - 22); Gesù invece offre se stesso nelle sembianze del pane e del vino, facendosi sacerdote e vittima sacrificale nello stesso tempo perché noi possiamo attingere alla nostra salvezza e alla liberazione dal peccato.
Ma non è ancora finita: Gesù, dopo aver invitato i discepoli a tale nutrimento straordinario e insolito, aggiunge il monito: "Fate questo in memoria di me". Dirà poi successivamente che egli sarà con loro fino alla fine del mondo, quindi ogni volta che i cristiani si troveranno radunati per l'ascolto delle letture e delle preghiere spezzeranno il pane eucaristico che è lo stesso Gesù Cristo.
Insomma, se Gesù cercava un modo per presenziare definitivamente con i suoi discepoli nel corso dei secoli e dei millenni successivi, mentre questi sarebbero cambiati nelle generazioni, lo ha trovato nell'Eucarestia che è la sua presenza reale e sostanziale nella quale egli si concede a noi come alimento di vita insostituibile e noi ci appropriamo di lui consumando il banchetto della stessa vita in una reciprocità di benefici espressiva della speranza di cuore e della certezza.
Riconoscere che quel piccolo disco che riceviamo in chiesa la Domenica sia davvero il Corpo di Gesù non è in effetti cosa semplice, come pure è umanamente difficile accettare che ad ogni celebrazione eucaristica si realizzi la ripresentazione dello stesso sacrificio di Gesù sulla croce, che, avvenuto una volta per tutte sul Golgota adesso viene riproposto alla nostra attenzione mentre osserviamo il sacerdote che eleva la particola e il calice; tuttavia, omettendo per un istante la tendenza razionalizzante e dando opportuno spazio alle ragioni del cuore subentra la fede, prospettiva consolante e necessaria per cui l'inimmaginabile è possibile a realizzarsi. Per la nostra fede del resto tutto va accettato con disinvolta apertura di cuore e con retta disposizione di spirito e anche l'apertura del cuore al mistero della presenza sostanziale ed eucaristica di Gesù ci rafforza nella verità che non viene inutilmente procacciata da parte nostra ma che ci viene consegnata gratuitamente come cibo di cui nutrirci.
Occorre allora che nemmeno per un minimo istante consideriamo l'Eucarestia come una mera banalità fra le tante o come uno dei tanti momenti della nostra vita liturgica e cristiana che passano dopo averci entusiasmati fugacemente, ma che consideriamo il Sacramento come la fonte e il culmine dell'intera nostra esistenza, innamorandoci davvero della presenza reale di Cristo nel tabernacolo e durante la celebrazione eucaristica, affascinandoci della stessa Domenica alla quale dovremmo accorrere con gioiosa riconoscenza al Signore che ci ha ricolmati anche in questo di un prezioso e incommensurabile dono.
L'Eucarestia è il dono eccellente e straordinario che il Verbo Incarnato, già fautore di tanti doni, abbia potuto rivolgere all'umanità poiché egli che si presenta come la Verità definitiva non soltanto offre di se stesso tale verità ma consente che Essa venga mangiata e atttraverso questo banchetto instaura per sempre la comunione con gli uomini fra di loro e fra questi con Dio; il pane vivo disceso dal cielo è l'alimento non comune, straordinario eppure accessibile al tatto umano come il pane che si mangia tutti i giorni e il mangiarlo da parte nostra è garanzia di sollievo, di salvezza e di vita.