Omelia (20-04-2008)
don Maurizio Prandi
Una fede attraversata dalle domande

Il vangelo di questa domenica ci permette di tornare su due temi importanti che nelle scorse settimane abbiamo accennato: il tema della fede, che abbiamo detto essere fede pasquale ovvero fede incarnata, fede ferita, fede non facile e che ha la caratteristica di lasciarsi percorrere, attraversare dalle domande e il tema dell'intimità, del rapporto personale, della relazione personale con Gesù.

Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me... ancora una volta Gesù ci invita ad avere fede, ad avere fiducia. Che cosa è la fede? Che tipo di movimento è quello della fede? Riprendo quanto accennavo la seconda domenica del Tempo di pasqua e provo ad ampliare leggermente.
La fede la puoi vivere in due modi credo... il modo di chi dice: crollasse il mondo io resto saldo nelle mie certezze... di fronte a qualsiasi dolore, di fronte a qualsiasi smarrimento grazie alla fede io ho una risposta per tutto. C'è anche un altro modo di vivere la fede però ed è il modo di chi riconosce di essere abitato da una certa fragilità... il modo di chi, come il padre del fanciullo epilettico dice a Gesù: Credo Signore, ma tu aiuta la mia incredulità. Tante volte lo abbiamo detto e credo valga la pena ri-dircelo anche oggi: fede e domanda, fede e dubbio non sono su due piani separati... non sono due realtà che non si incrociano mai... anzi! Gesù in tutto il vangelo ha sempre privilegiato le domande... non ha poi dato molte risposte, ha sempre suscitato, in chi lo ascoltava, domande nuove. L'adesione di fede non cancella il dubbio, non cancella la domanda. La fede è davvero un movimento di affetti, dove da un lato vi può essere una stanchezza e dall'altro in risposta non un distacco, ma un'apertura, una disponibilità, un'accoglienza, un dire: In questa tua difficoltà, in questo tuo dolore, in questa tua fatica io ci sono, non ti lascio solo, puoi fidarti me.
Mi è piaciuta molto un'affermazione di don Luigi Verdi, della comunità di Romena che mercoledì scorso ha incontrato un gruppo di adulti: per me la fede è appoggiarsi... mi pare proprio una bella immagine. In un contesto di difficoltà come quello dell'ultima cena ad esempio, di dolore per il distacco da Gesù, di smarrimento per quello che Lui aveva appena detto, Giovanni appoggia la sua testa sul petto del maestro. Bella l'esperienza di chi vive una fede che non nasce dal miracolo, ma che nasce dalla precarietà della vita, dalla stanchezza, dal gesto affettuoso di appoggiare la testa sul petto di Gesù (A. Potente). Forse si può davvero rileggere il vangelo alla luce degli inviti che Gesù fa ad appoggiarsi a Lui: Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi, ed io vi ristorerò... Tutti quelli che vogliono appoggiarsi vengano, sembra dire Gesù, ma non per accaparrare ruoli di potere, sicurezze, soluzioni magiche o false... Vengano solo per appoggiarsi, si riposino.

Nella casa del Padre mio vi sono molti posti... io vado a prepararvi un posto... Siamo nel contesto dei discorsi di addio e pensando alla sua vita nella casa del Padre Gesù si sogna ancora servo degli uomini, si vede servo. Sì, Gesù da risorto non sarà così poi tanto diverso da prima: prepara un posto, prepara il nostro posto, continua a servire. Credo che il vangelo qui ci dica una cosa di una importanza fondamentale per la nostra vita interiore: la mia fede non può fare a meno del volto di Dio che Gesù mi rivela nel suo farsi servo di ogni uomo. Se non riconosco Dio nel gesto del servizio, della cura, dell'inginocchiarsi di fronte agli uomini.... questa non è fede! Mi piace tanto questo particolare: il posto è preparato per noi. Mi lego allora a quanto domenica scorsa vi dicevo a proposito della attenzione che guida Gesù nella relazione con le sue pecore. Come è attento nella relazione personale, così cura quel posto preparandolo. E' attento alla nostra singolarità, alla nostra originalità e se da un lato l'esistenza di molti posti nella casa del Padre assicura che entrare far parte della famiglia di Dio non poi cosa così impossibile, dall'altro lato non è che si entra in un grande camerone dove tutti sono buttati lì... Ricordate? Per Dio contano i volti. C'è davvero posto per tutti nella casa del Padre, ma non come massa indistinta: ognuno ha un volto, un nome, un posto.
La partenza di Gesù con la sua Morte e Risurrezione ha un suo scopo: fare in modo che ogni discepolo abbia un suo posto come figlio presso il Padre. In questo senso possiamo leggere la frase di Gesù: non basta dire Signore, Signore, per entrare nel regno dei cieli... forse il termine Signore può essere anche ambiguo (alcuni addirittura lo davano al denaro). Lui cerca persone che lo chiamano per nome, come solo l'amore permette di fare davvero... ti chiamo così perché ti conosco e sono pronto a dare la vita per te.