| Omelia (06-04-2008) |
| don Ricciotti Saurino |
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Il gioco dell’oca Non è raro che la delusione prenda il cuore dei fedeli, come ha preso quello dei primi discepoli. La delusione ha visto i dodici darsela a gambe nel momento del dolore e della morte del Maestro, ed è strano che essa continui a serpeggiare anche dopo la notizia straordinaria della Resurrezione. E' deluso chi si aspetta qualcosa e non la ottiene, è deluso chi fa programmi e se li vede bocciati, è deluso chi punta tutto su qualcuno e si sente tradito. Forse chi avrebbe dovuto mostrare la sua grande delusione era proprio il Maestro, che aveva speso tre intensi anni con dodici uomini per vederli poi nascondersi e fuggire davanti a ciò che ripetutamente aveva cercato di fare entrare nella loro mente. E invece Gesù, quando appare tra gli undici, pur mostrando i segni della Passione, non dice una parola sul loro comportamento da conigli. Non un rimprovero, un richiamo, un gesto di delusione. Li aveva pesati bene quei robusti uomini di mare e aveva messo in conto che la loro robustezza non era sinonimo di coraggio. Perciò nessuna delusione, non si poteva attendere quello che non potevano dare e che non avrebbero dato. E' l'uomo ad essere frequentemente vittima di delusione nei confronti dei simili e spesso anche nei confronti di Dio, quando i progetti, il frutto della sua fantasia, le sue idee trionfalistiche si scontrano con la volontà di Dio, i Suoi progetti di umiltà e di sconfitta. Il nocciolo dello sconcerto sta proprio in quel "noi speravamo...". Per chi sperava un capovolgimento sociale, anche la sconvolgente Resurrezione segna una normale delusione. Per chi sperava di guadagnare punti nella considerazione della società, un Risorto non è valido al punteggio, è fuori concorso. Per chi aveva puntato sul trionfalismo, la croce è la sconfitta più amara. Chi aveva visto un'occasione di successo l'affiancarsi ad un Maestro di quella taglia e stava ora godendo del traguardo vicino si accorge che l'essere fotografato accanto ad un Risorto non conta niente e si ritrova a partire da zero, come nel gioco dell'oca. Eppure erano stati avvertiti che i primi sarebbero stati ultimi, ma presi dall'euforia dei posti d'onore, non ci avevano dato peso. Accade anche oggi, nonostante l'esperienza dei primi delusi. Rimarrà sempre difficile imbroccare la via giusta, perché Gesù ha quell'aspetto umano soddisfacente da far apparire tutto bello e glorioso, tanto che i seguaci credono che per loro sia esorcizzata e risparmiata una via dolorosa. E perfino l'aver letto le profezie non scalfisce la loro delusione. Troppi sono ancora oggi i delusi che affollano le chiese. Troppi sono i desideri e i progetti raccolti dai nostri cestini offertoriali, che rimangono, però, frustrati anche davanti al dono di una presenza eucaristica. "Noi speravamo..." lo diciamo anche noi quando lavoriamo troppo di fantasia, come i discepoli. Quando preferiamo sognare un Regno che risponda ai nostri desideri, anziché sforzarci di penetrare nel progetto di Dio. Quando camminiamo anzitempo sulle soffici nuvole, per non scorticarci sull'asfalto. E mentre noi sogniamo il cielo, Gesù riprende a camminare sulle nostre strade, come ha fatto con i due di Emmaus, riportandoci alla realtà non solo della nostra vita, ma prima di tutto della sua, segnata dalla sofferenza e dalla morte. E' il doloroso parto alla vita. Egli ci lega alla realtà dura del quotidiano e dell'umano ribadendo, ancora una volta, che è questa che ci proietta al cielo. I pellegrini di Emmaus hanno compreso questo grande insegnamento tanto che, nonostante il buio e la stanchezza, tornano di corsa a Gerusalemme, per comunicare agli amici la convinzione che era necessario che Egli morisse. A noi la delusione non passa facilmente, non per altro, perché pensiamo di risparmiare la sofferenza a Lui e a noi! |