| Omelia (06-04-2008) |
| CPM-ITALIA Centri di Preparazione al Matrimonio (coppie - famiglie) |
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Gli Atti ci presentano il primo grande discorso di Pietro (la prima "omelia", diremmo oggi). Si tratta dell'annuncio cristiano fondamentale, quello stesso che la Chiesa continua a proporre da duemila anni: l'annuncio della storia della salvezza, del Regno, per cui vale la pena di impegnarsi fino allo spasimo, anche nella sofferenza e nell'incomprensione. È incredibile come la risurrezione di Gesù e lo Spirito che Egli infonde possano stravolgere i modelli di vita delle persone, dare coraggio agli affaticati e ai pavidi, fare piazza pulita di ogni rispetto umano, quello stesso che pure Pietro non aveva saputo vincere, nell'orto, di fronte ad una donna. Ma ora, che importa passare per uno "pieno di vino nuovo"? E dunque Pietro si alza, insieme con gli altri undici apostoli, a parla a voce alta, annuncia la buona notizia: Gesù è risorto, proprio lo stesso Gesù mandato a morire in croce; e Gesù invia lo Spirito su tutti gli uomini e le donne, e... "i vostri figli e le vostre figlie saranno profeti, i vostri giovani avranno visioni, i vostri anziani avranno sogni"(Atti 2,17). Noi, come coppie e come famiglie, siamo ancora capaci di "avere visioni", di coltivare sogni? I tempi che stiamo vivendo nella società e nella Chiesa sembrerebbero negarlo. Serpeggia nella Chiesa un'inquietudine nascosta, una profonda delusione. La stessa delusione che nel racconto evangelico di Luca ha colpito i due viandanti sulla strada da Gerusalemme ad Emmaus. I due uomini (o forse una coppia?) sono smarriti, hanno perso la speranza. Terribile quel verbo al passato: "Avevamo sperato...". Forse anche noi avevamo sperato? Avevamo sperato in un Concilio "nelle nostre mani", oggi sempre più tradito, incatenato, rimosso? Avevamo sperato in una Chiesa che non si limitasse ad annunciare la misericordia del Signore, ma che la attuasse realmente nei confronti soprattutto di coloro che fanno più fatica, che vivono sulla loro pelle l'incapacità di restare fedeli ad un progetto per tutta la vita, o di tutti quei preti che sperimentano la solitudine e, quante volte!, la frustrazione? Avevamo sperato in un amore "per sempre", in una fedeltà facile e duratura, non mettendo in conto la fatica delle relazioni, e contando solo sulle nostre forze? Forse avevamo sperato. Anche noi, come i viandanti di Emmaus, "avevamo sperato"... Ma siamo sicuri che la delusione sia l'atteggiamento giusto? La delusione implica sempre un'illusione. E l'illusione è una proiezione immaginaria di qualcosa che non è presente nella realtà. La realtà è sempre complessa, e in questa complessità la speranza è l'attesa fiduciosa di un evento... "Ciò che tarda, avverrà". L'evento è quel Gesù che, come ai viandanti di Emmaus, si accompagna a noi. È l'imprevisto. Ai due discepoli affaticati, addirittura (con ovvia probabilità) litigiosi fra loro, si affianca (ma da dove sarà mai spuntato...?) un terzo viandante. "Quali sono le cose che vi ribattevate (il verbo usato da Luca è antiballô che in greco significa appunto "ribattersi", rivolgersi contro...) l'un l'altro durante il cammino?". Gesù è un fine psicologo, sa leggere le situazioni emotive. Sa che questi discepoli non hanno bisogno di "pacche sulle spalle", ma di qualcuno che ri-legga loro quella Parola nella quale hanno creduto e che ora rischiano di smarrire, e che la legga "in senso diacronico rovesciato", partendo cioè dal fondo, e risalendo poi, su, su, fino alle origini, per cogliere le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo. Che cioè la ri-legga (nella fede è sempre tutto ri-lettura) partendo dall'evento ultimo, che è la Pasqua, la risurrezione, quella stessa che – se davvero in essa credessimo fino alla spasimo – sarebbe capace di rovesciare letteralmente la nostra esistenza, fissando in Dio la nostra fede e la nostra speranza (cf I Pt 1,21). Quella stessa, ancora, che possa essere interiorizzata nella nostra povera vita, povera, sì, ma sublime, perché sta a noi viverla o rifiutarla. È così che Gesù diventa visibile, resta con noi perché si fa buio, mette nel nostro cuore pensieri nuovi, così che "anche di notte il mio cuore mi istruisce" (Sal 15,7); spezza il pane per noi e con noi, e in quel gesto eucaristico lo riconosciamo sui viottoli accidentati della nostra storia personale, nella storia di ogni uomo e di ogni donna di questo nostro mondo; anche a noi, e alla nostra comunità, come alla giovane figlia di Giairo, dice "Talita kum", "fanciulla àlzati"... Via, via i suonatori di flauto, gli organizzatori di funerali, non è morta, dorme. Allora, anche la nostra Chiesa si alzerà per cantare le meraviglie del Signore, e anche le nostre mense quotidiane diventeranno eucaristia, rendimento di grazie, e spezzeremo il pane con tutti. Diventeranno, le nostre tavole, più frugali e più povere, perché come possiamo pranzare e cenare tranquilli quando sappiamo che milioni di fratelli, in quello stesso momento, stanno morendo di fame e di sete? Potenza dell'Eucaristia. È qui che la "visione" e il "sogno" si ricompongono. Il cerchio si chiude. Nasce "sorella" speranza. Traccia per la revisione di vita 1) Ci sentiamo parte di un'umanità che ha perduto ogni speranza, oppure la nostra coppia e la nostra famiglia, pur con tutte le sofferenze e le difficoltà che devono attraversare, rappresentano ancora un punto di riferimento rassicurante per chi ci sta accanto? 2) Siamo disponibili, come coppia e come famiglia, a testimoniare con i gesti della nostra vita, ed anche ad annunciare con la parola, le grandi opere di Dio, la lieta notizia del Risorto in cui crediamo? 3) La nostra coppia e la nostra famiglia sanno cogliere in ogni persona che si accompagna a noi sulla nostra strada, per quanto diverse possano essere le rispettive esperienze, la presenza di Gesù? Questa presenza è capace di far ardere il nostro cuore? Siamo disposti a "spezzare il pane" anche con coloro che fanno più fatica, e con coloro che, pur senza "credere", sono visitati dal Signore anche attraverso la presenza inquietante dei fratelli che soffrono? Commento a cura di Luigi Ghia |