Omelia (30-03-2008)
mons. Roberto Brunelli
Quelli che non hanno visto

"Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo" dice Gesù agli apostoli, otto giorni dopo essere risorto. Ma ci si chiede: mando dove? A fare che cosa?
La risposta a queste spontanee domande porta a scoprire il senso della Chiesa: Gesù l'ha voluta, per annunciare a tutti gli uomini, di tutti i tempi, la sua morte e risurrezione; vale a dire, la salvezza da lui compiuta, perché gli uomini non rimangano prigionieri della morte spirituale. Di qui le parole subito seguenti: "A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati". Mistero profondo, e tremenda responsabilità! Dio ha voluto aver bisogno di uomini per raggiungere gli altri uomini; di più, ratifica in anticipo le loro decisioni. E' pur vero che assicura loro lo Spirito Santo, cioè la costante assistenza divina: ma il pensiero che l'infinita misericordia di Dio si consegna in fragili e indegne mani umane, fa tremare le vene e i polsi di chi è chiamato ad amministrarla.
Il brano odierno del vangelo dice anche qual è la condizione per fruire della misericordia divina. Concludendo il suo libro, Giovanni dichiara di averlo scritto "perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome". E poco prima, narrando il celebre episodio dell'incredulità di Tommaso cui il Risorto concede di toccare le ferite che l'avevano condotto a morte, del Risorto riferisce le consolanti e insieme inquietanti parole: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto". Perché crediate, quelli che hanno creduto... la fede, dunque, è la condizione imprescindibile per essere perdonati e "avere la vita".
Tra "quelli che non hanno visto" e tuttavia sono invitati a credere siamo anche noi. L'episodio di Tommaso ci riguarda, ci coinvolge, porta a interrogarci: credo, io, che Gesù non è soltanto un uomo vissuto duemila anni fa, ma è, oggi e sempre, il Cristo salvatore, il Figlio di Dio che interpella me, personalmente me, e mi dichiara beato se lo riconosco? Io non ho visto, non ho toccato: posso nondimeno fidarmi di quanto è stato scritto e viene continuamente annunciato? Posso dirmi davvero cristiano, malgrado i miei dubbi, le mie oscurità, le mie segrete infedeltà e quelle palesi di tanti che pure sbandierano ai quattro venti di esserlo?
Tali domande, una persona ragionevole se le porta dentro per tutta la vita, perché la fede non è la matematica o la geografia, in cui tutto si può dimostrare in modo inoppugnabile. La fede non è neppure un "pacchetto" di cose acquisite una volta per tutte; oscilla: ora cresce, ora cala; può raggiungere vette sublimi come nei martiri, può sembrare assente come in chi si dichiara ateo; va in crisi di fronte alle ingiustizie, si irrobustisce al pensiero di quanto sarebbe bello il mondo se tutti ne seguissero i dettami; si affievolisce quando la si trascura, si rafforza quando se ne approfondiscono i contenuti. In nessuno la fede è mai del tutto assente, né mai raggiunge il massimo possibile; e allora ciascuno può sempre ricordare quell'uomo interpellato un giorno da Gesù e far propria la sua risposta: "Io credo, Signore, ma tu aumenta la mia fede!"