| Omelia (06-04-2008) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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L'annuncio (il convertirci) e il credere Si diceva che se la Risurrezione ha dei criteri di razionalità perché è giustificabile con le prove concrete, essa tuttavia rimane un dato che interpella solamente il cuore dell'uomo. Cristo risuscitato non va accettato infatti in conseguenza dei ragionamenti e delle conclusioni a carattere scientifico e intellettuale, ma va accolto nella prospettiva unica e più conveniente della fede, per la quale l'uomo, interpellato e chiamato in causa nell'intimo, si apre al dono ineffabile del Mistero, lasciando che esso resti tale e disponendosi solo ad accoglierlo volentieri e senza riserve: la fede è un accogliere a piene mani, un assentire spontaneamente, un affascinarsi e un aprirsi della sensibilità di cuore a quanto ci viene donato gratuitamente e siamo chiamati ad assimilare e condividere. La fede è insomma l'atto per cui dapl profondo del cuore si dice semplicemente "Credo", intendendo questo presente indicativo come un verbo che voglia asserire un'accogleiza disinvolta e immediata. Cosicché la fede nella risurrezione del Signore vuole che si accolga il mistero di Gesù che si presenta a noi come il Risorto, il Signore della vita che ha abbandonato per noi la morte e che lo si viva nient'altro che come tale. Come afferma Paolo la fede deriva dall'annuncio, poiché non si può credere = aderire senza che qualcuno ci comunichi il mistero; e per questo glui apostoli, Pietro per primo, infaticabilmente annunciano ai Giudei che "Quel Gesù che voi avete ctrocifisso per mano di pagani Dio lo ha risuscitato" spiegando con assoluta profondità anche il motivo di tale gesto: "perché non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere" in quanto egli è il Verbo di Dio che per volontà del Padre era destinato a vincere la morte, pur sperimentandola. Di Gesù altrove (i Vangeli) si dice che è risorto lui medesimo in prima persona; in altri luoghi si afferma che è stato il Padre (Dio) a risuscitarlo dai morti, e questo non è una contraddzione poiché fra Gesù è il Padre vi è una vera identità: Egli è lo stesso Dio che daall'eternità coesiste con il Padre in forza dell'azione conciliante dello Spirito Santo, anch' Egli Dio e Signore, che era entrato nella storia umana per assumerla fino in fondo, che dall'umanità aveva esperito il dolore e la morte e che della morte ora ha avuto rafione: insomma Gesù è Dio Risorto ed è proprio questa la sensazionalità dell'annuncio per il quale tutti si corrisponde nella fede e per il quale vana sarebbe la predicazione apostolica se esso non si fosse realizzato: "Se Cristo non è risorto, vana è la nostra predicazione, vana è anche la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati" (1 Cor 15, 14).Questpo è quindi l'oggetto dell'annuncio grandioso: Dio eterno è risuscitato dopo essere passato da morte ai fini di riscattarci dal peccato e donarci la salvezza; e tuttavia l'annuncio impone da parte nostra l'apertura del cuore e la sua correispondenza immediata per la prospettiva profonda della fede. Quello di cui sembrano non disporre i due discepoli in cammino verso Emmaus, che nei loro discorsi dimostrano di non aver mai assimilato la verità preannunciata dai profeti e ora realizzata, di non aver mai compreso, complice la durezza del loro cuore, quanto il patriarca Davide aveva preannuncaito del Cristo e che ora viene declamato da Pietro (I Lettura) e verso i quali, in incognito il Signore Rsorto medesimo si vede costretto a ripercorrere sin dall'inizio le tappe della loro formnazione spirituale chiamando in causa le Scritture: non avevano mai aperto il cuore al mistero del Cristo e adesso lo stavano considerando morto e basta; invece avrebbero dovuto concepirlo come Colui che le Scritture profetizzavano come l'auitore della vita. Cosa era successo a questi due discepoli, che pure avevano seguito e conosciuto sin da vicino il loro Maestro? E cosa succede tutt'oggi anche a noi, visto che la Resurrezione sembra trovarci freddi e dindifferenti? Azzardandso una risposta, potremmo dire che se la fede vuole un prevo atto di conversione, ebbene, essi non si erano convertiti, ossia non si erano lasciati sedurre né convincere dalla verità del Risorto, ed è appunto questa la vera lacuna del nostro credere: il non esserci adegutaemnte convertiti in precedenza, per assumere la mentalità differente dal nostro mondo che potesse trasformarci a partire da un adeguato dono che era il si. I discepoli viandanti verso Emmaus solamente davanti ad un gesto tangibile per lo più loro familiare, si ricredono e riconoscono il Signore, ma... " non ci ardeva il nostro cuore mentre camminavamo per via?" Non avremmo dovuto cioè convertirci sin dall'inizio, aderire con cognizione di causa e con assoluta apertura al messaggio divino di salvezza, senza necessità alcuna che questi spezzasse il pane per noi? E' proprio così: la fede è una prospettiva meravigliosa, a condizone che ad essa ci si mostri disposti nient'altro che con un semplice atto di assenzo e di corrispondenza e solo tale attitudine può deliberare la nostra gioia e la consolazilone per una vita nuova. Sia la Seconda Lettura, sia il brano del Vangelo qyualificano Gesù come "uomo accreditato per mezzo di miracoli e prodigi", perché sembrerebbero questi i principali assertori della sua attendibilità... Ma il vero miracolo dirompente ed entusiasmante per il quale la nostra fede trova reale credito non è che quello di essere Risorto passando per noi dalla morte alla vita. Unico atto dell'annunciare (convertirsi) e del crederre. |