| Omelia (30-03-2008) |
| CPM-ITALIA Centri di Preparazione al Matrimonio (coppie - famiglie) |
|
Gli Atti ci descrivono la vita della prima comunità cristiana: l'accento è posto sul vivere fraternamente assieme, sull'assiduità all'insegnamento degli Apostoli, sul partecipare alla Cena del Signore, spezzando assieme e "in casa" il pane, prendendo i pasti con semplicità di cuore. A leggere questo brano degli Atti non è infrequente essere assaliti da sentimenti che vanno dalla nostalgia allo sgomento. Quanto sono distanti le nostre comunità da quella (ideale, certo) dei primi tempi della Chiesa! Chi di noi ha l'esperienza viva e frequente di Eucaristie celebrate in casa, attorno ad un tavolo, deritualizzate, col celebrante che non pensa di sicuro a "voltare la schiena" a chi partecipa con lui alla Cena, spezzando il pane "vero", quello di casa, sa quanto siano fecondi questi momenti, quanto facciano comunità, cementandola, nell'accoglienza delle differenze considerate una risorsa per tutti. Nella prima comunità cristiana c'erano i problemi, eccome!, proprio come ci sono oggi nelle nostre comunità, ma la vita in comune e l'amicizia erano la componente fondamentale della vita di gruppo. Lo "spezzare" il pane assieme (e il rendimento di grazie a Dio per i suoi benefici) era, ad un tempo, il fondamento e la conseguenza di questa fraternità, quando la partecipazione alla Cena del Signore non era "un precetto", ma un'esigenza intima derivante dalla gioia per la vicinanza di Dio, condivisione della festa per il Cristo risorto. Anche Giovanni nell'Evangelo ci presenta la comunità dei discepoli riuniti in casa. Ma ben diverso è il loro atteggiamento rispetto a quello descritto dagli Atti. I discepoli sono sconcertati, impauriti. Hanno sbarrato le porte delle case: sono sulla difensiva, si sentono assediati. Un po' come molti cristiani di oggi, hanno paura del confronto, vivono all'interno di una sorta di protezionismo spirituale, convinti che per difendere i valori occorra separarsi dall'uomo, occorra considerarsi una casta di puri.. Sognano di poter riempire le piazze con slogan e bandiere, marcare la loro presenza, condizionare la politica, sperano nel ritorno di una "civiltà cristiana"... E intanto sono tristi, immusoniti, arrabbiati, frustrati... Solo la visione di Gesù restituisce ai discepoli riuniti nel "Cenacolo" la gioia, il coraggio del confronto e il desiderio di proseguire non da isolati un cammino di fede. Lo sarà anche per noi cristiani di oggi? L'apostolo Tommaso, che pure ha vissuto con Gesù l'esperienza itinerante della trasmissione della buona notizia, è assente all'apparizione del Maestro. Non crede quindi alla notizia che gli viene data dai suoi amici, non si accontenta di belle e consolanti parole, vuole vederci chiaro. Gesù non si stupisce di questo, riapparirà, e dirà a Tommaso di mettere le sue mani nelle ferite, per vedere che è Lui, è proprio Lui, il Maestro. Un Maestro che si riconosce non dalla sua idealizzazione, neppure dalla sua gloria, ma dalle sue ferite. Tommaso è spesso indicato da un lato come l'esempio dell'incredulità, dall'altro come il campione della ragione, espressione del bisogno di "vederci chiaro", patrono del secolo dei "lumi" e della modernità. Noi preferiamo considerarlo come il prototipo di ogni uomo e di ogni donna, di ogni coppia e di ogni famiglia, chiamati a un sempre faticoso cammino di fede. Il dubbio non è il contrario della fede. Le certezze assolute, con buona pace dei teo-con nostrani sempre più agguerriti, non fanno parte del bagaglio del cristiano. Almeno di quel cristiano che preferisce una religione (e una fede) della domanda, piuttosto che una religione (e una fede) della risposta. E il quale sa che nella storia, dopo la risurrezione di Gesù, la Parola non viaggerà più attraverso la visione, ma attraverso i testimoni. La fede non è un atto emotivo, sentimentale, ma un atto di volontà, transita attraverso il nostro desiderio di incontrare il Signore, anche nel dubbio, anche nel buio della notte, perché è qui che Gesù si fa incontro all'uomo e alla donna. Saremo capaci, come coppia e come famiglia, a scorgere – come si canta a Taizé – nelle nostre oscurità quel fuoco inestinguibile che si accende e soprattutto, grazie al nostro amore e alla nostra capacità di essere fraterni l'uno con l'altro, a trasmetterlo a chi ci sta accanto? A rendere visibile l'invisibile che ci abita? Solo così potremo cantare con il Salmo (117,17) "Sono sfuggito alla morte, ora vivrò e racconterò quel che il Signore ha fatto...", annunciando dunque, con il coraggio di Pietro, la nostra speranza viva (1 Pt 1,3). Traccia per la revisione di vita 1) L'amicizia e la vita comunitaria fondano veramente la nostra assiduità all'Eucaristia, la comunione piena in Gesù, la vocazione autentica a fare in modo, come nella prima comunità cristiana, che non vi siano "poveri" (in senso lato) tra di noi? 2) Quale posto occupa la gioia nella nostra partecipazione all'Eucaristia domenicale? La messa è un rito al quale partecipiamo stancamente per soddisfare un "precetto", oppure è il momento atteso durante tutta la settimana, e in cui esprimiamo il nostro grazie al Signore per tutti i benefici di cui godiamo, anche per quelli di cui non siamo consapevoli? 3) Siamo disposti come comunità cristiana a lasciarci interrogare affinché l'Eucaristia venga vissuta in modo sempre più comprensibile e consapevole, concordando con il nostro parroco un modello di celebrazione in cui la rigidità del rito non prevalga sull'esigenza di rendere vitale il nostro rendimento di grazie, e in cui i segni ci richiamino al significato ultimo della nostra celebrazione? Siamo disposti, inoltre, a lasciarci interrogare sugli elementi fondanti della nostra esperienza di fede? Commento a cura di Luigi Ghia |