| Omelia (06-04-2008) |
| Il pane della domenica |
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Riconoscere per testimoniare Lo riconobbero allo spezzare del pane Capita che anche per noi ci siano nel corso della vita delle attese che non vengono soddisfatte, dei sogni che vengono infranti da una realtà che si presenta diversa da quella che avremmo voluto. Capita di non riuscire a leggere dentro i fatti della nostra vita che c'è una logica più grande che ci supera, dei tempi che scardinano i nostri progetti. È quindi facile scoraggiarsi, e abbandonare gli impegni assunti, lasciando che il cuore si riempia di nostalgie se non addirittura di amarezza e di qualche rancore. È così che ci sclerotizziamo il cuore e gli impediamo definitivamente di aprirsi alla novità di una vita diversa, di una logica che corre su altre strade. 1. I discepoli di Emmaus, costituiscono - attraverso il racconto di Luca - il pretesto, chiaro e profondo, di una doppia riflessione. La prima, riconoscibile anche dal lettore più distratto, è tutta racchiusa nel senso di smarrimento, di incredulità, di sfiducia che accoglie i discepoli dinnanzi alla difficoltà della comprensione: la morte di Cristo, con le sue atroci modalità, viene da essi intesa non come la realizzazione del disegno di Dio, ma come il suo incomprensibile e ingiustificato abbandono. Ogni valutazione, tuttavia, deve essere il frutto di un'attenta analisi, e gli stessi discepoli, dunque, avrebbero dovuto considerare la morte del Messia annunciata loro dalle scritture e dai profeti, non come la fine di una vita e di un progetto, ma come l'evento straordinario e irrinunciabile perché il progetto stesso di Cristo si compisse. In effetti, i giudizi affrettati, le conclusioni fondate sull'apparenza, le deboli certezze rischiano di scontrarsi con i contenuti di una realtà differente, con la verità della Parola, con la sacralità dei fatti. E anche oggi, in un mondo che si mostra sempre più frenetico e confuso, il timore di cadere in valutazioni sommarie è quanto mai vivo e pericoloso. Gesù, allora, ancora una volta diventa guida e maestro, ricordando ai discepoli, senza essere riconosciuto dagli stessi, l'esatto contenuto delle Scritture e dunque l'importanza di saper leggere la realtà, soprattutto quella inaspettata e che viene a sconvolgere i propri piani, collegandola alla Parola di Dio. Ma è sufficiente? È sufficiente la spiegazione di un Cristo non riconosciuto per colmare le incertezze dei discepoli, ponendo fine al loro senso di incredulità e di diffidenza? Pur avendo il cuore riscaldato dalle parole pronunciate dal Maestro, non basta! Essi fanno ancora fatica a credere e a riconoscerlo. Così come non sono bastati i racconti delle donne che, accorse al sepolcro, non trovarono il corpo martoriato di Gesù crocifisso, ma angeli celesti, pronti a riferire: "Egli è vivo!". In ogni caso, l'incredulità dei discepoli, in presenza del mistero pasquale e della resurrezione, rappresenta il limite profondo della natura umana, per superare il quale è indispensabile un rapporto profondo e continuo con Cristo, luce del mondo e speranza di vita. Solo colui che riesce a conformare la propria esistenza agli insegnamenti di Cristo trova la capacità di superare l'ostacolo costituito da visioni limitate, centrate non sulla logica di Dio ma su quella personale che è intrisa di fragilità e di peccato. Cristo invita i due compagni di viaggio quindi a non fermarsi alla superficie, all'apparenza delle situazioni e dei fatti, ma li sollecita a penetrarli, a saper leggere i segni di una Presenza e di una storia che superano l'apparente fallimento. 2. Dopo che Gesù aveva spiegato il senso delle scritture, i discepoli di Emmaus, quasi inconsapevolmente, avvertono una straordinaria attrazione verso il Maestro non riconosciuto e con amorevole premura lo invitano a restare. Ed è a questo punto che si apre la seconda riflessione. Cristo quando fu a tavola con i discepoli "Prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero". Per effetto del riconoscimento l'incredulità e la diffidenza lasciano il posto ad una pace riconciliante con se stessi e con il mondo. Il gesto dello spezzare il pane, il messaggio racchiuso nell'eucaristia, è ciò che consente ai discepoli di riconoscere Cristo tra loro. E il ripetersi di questo stesso gesto, con una ritualità e una sacralità sempre rinnovate, è l'espressione più alta della testimonianza. La frazione del pane, la celebrazione eucaristica, dunque, danno concretezza alla parola di Dio, un Dio che si è fatto uomo ed è vissuto tra gli uomini per essere compreso, capito, amato come uno tra i tanti ma riconosciuto Figlio di Dio che per loro ha vinto la morte donando a tutti la possibilità di risorgere. Il vero testimone è, pertanto, il discepolo, l'uomo, il figlio che attraverso il sacramento dell'eucaristia si accosta a Cristo e riceve il dono illuminante dello Spirito. Il pane benedetto, spezzato e distribuito, mediante la celebrazione eucaristica, consente anche a noi, oggi, di riconoscere il Signore e di accogliere il Suo mistero, su cui fonda la nostra vita. Ma perché tutto non sia fine a se stesso, perché il messaggio evangelico dell'eucaristia viva dentro di noi con forza rinnovata, è importante divenirne testimoni presenti e consapevoli. Chi riceve il dono dello Spirito, e con la forza dello Spirito ricevuto entra in Cristo, deve, come i discepoli di Emmaus, non fuggire ma ritornare ai fratelli e testimoniare loro: Cristo è risorto ed io con Lui! Commento di don Guido Benzi tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi" Ave, Roma 2007 |