| Omelia (30-03-2008) |
| Il pane della domenica |
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Una fede da comunicare Otto giorni dopo venne Gesù La fede non è mai un dono ricevuto una volta per tutte, ma ogni giorno siamo chiamati a ridire il nostro sì, il nostro amen, ad aderire a quel Signore risorto che ci chiede di essere nel mondo testimoni credibili della sua risurrezione. Bisogna tuttavia ammettere che non è sempre facile credere, perché la vita ci presenta un'infinità di insidie, di prove, di ostacoli che alle volte ci sembrano insuperabili. Non è immediato credere che Cristo sia veramente risorto, soprattutto quando c'è di mezzo il dolore. Nonostante gli anni di catechismo, le numerose celebrazioni eucaristiche vissute, le preghiere pronunciate nel corso della vita, l'idea che Gesù sia un fantasma e che non sia vivo e presente e agisca con il suo Spirito è sempre in agguato. Possiamo anche noi essere presi da dubbi e sospetti sentendo tutta la difficoltà del credere, di affidarsi al Risorto convinti che sia davvero la speranza del mondo. 1. È così che l'episodio del vangelo, soprattutto con il comportamento dell'apostolo Tommaso, diventa vicino alla nostra vita e a quella di tante persone che vivono sia all'esterno, ma anche all'interno delle comunità, delle parrocchie o dei nostri gruppi. Esse come Tommaso per credere pretendono delle prove, vorrebbero "toccare con mano" per sapere veramente se Gesù sia ancora vivo. Pertanto l'agire di Tommaso ci fa riflettere su due atteggiamenti fondamentali della dinamica di fede. Il primo è che ogni vera esperienza di fede non può che essere vissuta se non in prima persona, nessuno può sostituirti, nessuno può credere al posto tuo, devi essere tu a incontrare il Signore, a voler fare esperienza della sua presenza, a decidere di mettere tutta la tua vita nelle sue mani. La fede è innanzitutto un fatto personale che tocca il luogo più intimo della persona: la coscienza; è una scelta che ognuno deve fare in maniera libera e responsabile, ma anche un cammino fatto di tante tappe e che alla fine deve portare ad una opzione totalizzante per il Signore fino a riconoscerlo come Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". La necessità di Tommaso di toccare il corpo di Gesù ci dice anche che la fede nel Signore non può essere ridotta ad una mera pratica esteriore fatta di soli riti e doveri, un credo per conformismo, o per tradizione, ma deve essere una scelta che ci coinvolge profondamente, in cui tutto di noi stessi, corpo, sentimenti, emozioni, intelligenza, testa e cuore confermino quello che la bocca ha pronunciato. s. Paolo dirà: "Perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato" (Rom 10,9). Dobbiamo sentire che il Signore non è un'affascinante teoria antropologica o una semplice filosofia di vita, ma una persona concreta che una volta incontrata rende la nostra vita diversa da prima, e le dona quella pienezza che nessun altro sa dare. Tommaso inoltre crede in Gesù solo dopo aver posto la mano sulle ferite lasciate dalla crocifissione e rimaste evidenti anche dopo la risurrezione; la sua fede viene maturata dall'aver "visto e toccato" il dolore di Gesù. Così anche per noi l'esperienza del dolore può diventare un'occasione unica per il nostro cammino di fede, che viene confermata e resa più forte e profonda. 2. L'altro aspetto è che la fede deve essere comunicata nel modo più credibile possibile. Molte volte mi sono chiesto come mai Tommaso abbia avuto difficoltà a credere che Gesù fosse veramente vivo. La sua incredulità sarà dipesa solo dalla sua volontà o anche dall'incapacità degli altri discepoli di sapergli raccontare l'incontro con il Risorto e di trasmettergli la gioia nell'aver ricevuto il dono dello Spirito? Voglio pensare che un po' di responsabilità nell'incredulità di Tommaso ce l'avessero anche i suoi compagni che non erano stati convincenti nel loro racconto. Forse si saranno limitati a raccontare la loro esperienza solo con la voce, ma non con il cuore, con la gioia che contagia, come capita a tanti cristiani dentro alle nostre comunità che testimoniano Gesù solo a parole, senza entusiasmo, senza quel coinvolgimento che non lascia dubbi sulla loro fede. Nelle nostre comunità o gruppi molto spesso si conosce tutto di Gesù, ma non riusciamo ad essere veri testimoni con chi ha difficoltà a credere, o a contagiare chi è lontano dall'esperienza ecclesiale. In questo tempo pasquale, in cui la liturgia della Parola di Dio ci invita ad orientare la nostra attenzione alla Chiesa, quale comunità di credenti nata dalla Pasqua di Cristo, dovremmo riuscire a rendere la nostra vita personale e quella delle nostre parrocchie più missionarie. La Chiesa, dunque, dovrebbe essere il luogo in cui la storia del Risorto non viene raccontata come una bella favola, ma come una storia che continua a vivere ancora oggi nei suoi testimoni viventi, che ricevendo il dono della pace da Dio la sanno gustare e far crescere, e con la forza del dono dello Spirito sanno essere strumenti di riconciliazione tra i fratelli. Commento di don Guido Benzi tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi" Ave, Roma 2007 |