| Omelia (16-03-2008) |
| Il pane della domenica |
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Contemplare la croce con gli occhi del Padre La passione del Signore Ancora una volta abbiamo ascoltato il racconto della passione, nella redazione dell'evangelista Marco. Ancora una volta ci sentiamo sopraffatti e sgomenti da questo vangelo della Croce, e avvertiamo l'esigenza di silenzio, di un silenzio partecipe, adorante, più che di tante parole. Sentiamo il bisogno pressante di credere e di contemplare. Ma è proprio per favorire questa contemplazione della passione che dobbiamo chiedere al Signore Gesù, morto per noi, di farci grazia per riuscire a leggere nella sua passione non solo il suo sconfinato amore, ma anche la misteriosa e non meno dolorosa "passione" del Padre. C'è infatti una obiezione che ci pesa sul cuore come un macigno, ma che dobbiamo sciogliere, altrimenti fa da barriera e non ci permette di condividere "gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù". L'obiezione va affrontata di petto: Dio non poteva salvare il Figlio dalla morte? Nel porci questa domanda noi in genere rischiamo di pensare che, mentre Gesù muore, il Padre se ne stia impassibile ad attendere che il Figlio gli presenti il prezzo del sangue come riscatto per noi peccatori. Ma, se le cose stessero così, avremmo un Dio-mostro, non il Padre nostro; un Dio-faraone non il Dio-Abbà. Il volto che la Bibbia e Gesù in particolare ci rivelano di Dio è quello di un Padre-Papà che soffre nel vedere i suoi figli perdersi e che quando non può fare a meno di correggerli, si deve fare violenza "poiché contro il suo desiderio egli umilia e affligge i figli dell'uomo" (Lam 3,33). Questo va bene - si dirà - nei confronti delle sue creature deboli e peccatrici, ma perché il peccato del mondo deve ricadere sulle fragili spalle dell'unico Figlio innocente? Perché il Padre non risponde al grido straziante di quel Figlio che gli grida: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34). Sulla croce Gesù sperimenta la desolazione più amara e il drammatico abbandono di Dio, ma non si tratta di un abbandono effettivo; il silenzio del Padre non è un silenzio di indifferenza; è un silenzio di sofferenza e di impotenza. Il Padre si è "costretto" - in forza del suo amore - a rendersi impotente perché il Figlio possa dare la prova suprema della sua volontà di autodonazione: "Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici" (Gv 15,13). Dunque anche il Padre soffre; soffre di una sofferenza che per noi resta un mistero, ma è un mistero d'amore: non si affligge per sé, perché gli manca qualcosa, ma per l'uomo che si perde. Così dobbiamo raddrizzare non poche idee storte sul mistero della passione di Gesù, che ci portano lontano dal suo vero senso. Ad esempio: è vero che nel Nuovo Testamento si parla di croce come riscatto, ma solo per dire che la nostra liberazione è costata molto a Gesù, non che egli abbia dovuto pagare qualche prezzo a Dio come a un creditore fiscale. Anzi è il Padre che "ci rimette": ci rimette appunto la vita del suo Figlio, quindi il suo bene più caro: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito". Ecco l'umilissimo e concretissimo sinonimo del verbo amare: è il verbo dare. Ancora: qualche volta sentiamo parlare della croce in termini di soddisfazione: la morte di Gesù sarebbe stata una "soddisfazione" di Dio rispetto all'offesa arrecatagli dal peccato. Innanzitutto, con s. Tommaso d'Aquino, è bene ricordare che "il peccato non offenderebbe Dio se non facesse male all'uomo". Cioè: se per assurdo il peccato non costituisse una vera autodistruzione dell'uomo, Dio non avrebbe motivo per dispiacersi; insomma egli si dispiace non perché il peccato gli tolga qualcosa, ma perché l'uomo si perde. Quindi la sua non è una "giustizia" assetata di vendetta, e la morte di Gesù lo "soddisfa" nel senso che egli in quella morte si rivela per quello che veramente è: un Dio che vuole solo dare, senza pretendere nulla in cambio. Così pure si parla della croce come espiazione, ma non si tratta di un castigo sostitutivo. Cristo ha sofferto per noi, cioè al posto nostro e a favore nostro, ma non è stato condannato al posto nostro. Il Padre lo ha consegnato alle nostre mani omicide, ma non lo ha condannato. Per aiutarci con un esempio: se un padre incoraggia il figlio a dedicarsi ai malati di Aids, pur sapendo l'alto rischio di contagio, noi non parliamo di un padre che condanna a morte il figlio... È vero che in s. Paolo leggiamo che "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi" (Gal 3,13), ma l'apostolo si mette nei panni dei suoi fratelli ebrei: Gesù è maledetto agli occhi della legge, perché è stato appeso al patibolo. Ma Cristo non è maledetto agli occhi di Dio! Rinnoviamo la preghiera rivolta a Dio Padre all'inizio della liturgia eucaristica, perché "abbiamo sempre presente - soprattutto in questi santi giorni - il grande insegnamento della passione del Signore, per partecipare alla gloria della risurrezione" (coll.). Commento di mons. Francesco Lambiasi tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi" Ave, Roma 2007 |