| Omelia (09-03-2008) |
| don Maurizio Prandi |
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Gesù vince la morte... condividendola Concludiamo un ciclo di tre domeniche in ascolto del Vangelo di Giovanni... tre domeniche rivelative di chi è Gesù, qualificatosi come l'acqua viva due settimane fa e come la luce sette giorni fa', riferendo a se stesso certamente non il superfluo, ma l'essenziale, riferendo cioè a se stesso quelle realtà da cui dipende la nostra esistenza. Ora, a conclusione di tutto un percorso, si presenta come colui che sconfigge la morte e dona la vita eterna. C'è una continuità con il vangelo del cieco nato: ricordate le parole di Gesù ai discepoli? Né lui ha peccato, ne i suoi genitori, ma è così perché si manifestino in lui le opere di Dio... oggi ci viene detto che questa malattia non è per la morte ma per la Gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato... ribadisco quanto ho affermato la settimana scorsa: il dolore, la malattia, la morte non sono mandati da Dio perché Lui possa manifestare la sua potenza, dire con i miracoli quanto è bravo, ma sono perché ognuno possa trovare in esse uno sbocco verso Dio: una realtà di povertà e di sofferenza viene mutata in realtà di speranza, di luce, in gloria di Dio appunto... in Gesù la vita di ogni uomo riceve una svolta in senso positivo. Un ragazzo di II^ media che si chiama Morgan, venerdì all'incontro ha detto: Io non credo che Dio manda delle malattie, piuttosto le malattie, quando uno sta davvero male, possono creare delle situazioni nuove, con i malati che stanno in ospedale con te e con le persone che ti vengono a trovare. Aggiungo una piccola testimonianza di questi giorni durante i quali sono entrato in contatto con una giornalista di Avvenire per poter consegnare alla signora Coletta, vedova di uno dei carabinieri morti nell'attentato di Nassyria del 2003 i soldi che a suo tempo abbiamo raccolto per i bambini di Nassyria appunto, la quale mi ha scritto: Carissimo don Maurizio, anche a me aveva subito colpito tanto Margherita, per il suo coraggio e la sua fede incrollabile. E' una persona sempre positiva, non c'è cosa che non sappia volgere al bene! Pensi che prima del marito aveva già però un bambino di leucemia! E ancora ce la fa', ancora è salda... un esempio per tutti. Mi ricorda un'altra giovane vedova che ho conosciuto bene, la moglie di Carlo Urbani, il medico che due anni fa scoprì la sars, la polmonite atipica, e morì nella lotta contro il virus, che sconfisse poco prima di soccombere... aveva solo 47 anni e tre bambini... persone incredibili. Povertà, e sofferenza che da persone come noi vengono mutate in realtà di luce e di speranza. E' necessario però leggere questo brano facendo molta attenzione a come è costruito, perché al miracolo in quanto tale è riservato solo un versetto, mentre il resto del capitolo è dedicato a far emergere le diverse reazioni di fronte alla morte, perché all'evangelista non interessa tanto il miracolo, quanto il mistero di Gesù e la sua persona. Le reazioni allora: - quella generosa, ma forse inconsapevole dei discepoli, rappresentati da Tommaso, che a nome degli altri si dichiara disposto a morire con Gesù: Andiamo anche noi a morire con Lui! - C'è la reazione del lutto, che soprattutto Maria incarna... sta in casa, non va incontro a Gesù, e apparentemente rimane ferma su quella frase: se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto. - Diversa è la reazione di Marta, che si può definire come la reazione della fede, in quanto anche lei quasi rimprovera Gesù, esattamente con le parole della sorella, ma per Lei tutto sfocia nel "credo": Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo. Mi pare che la vicenda delle due sorelle meriti un po' di attenzione, se non altro per come le conosciamo dal vangelo, sia di Luca che di Giovanni dove entrambe incarnano i due atteggiamenti del cristiano: la vita contemplativa e la vita attiva e sappiamo che non c'è da scegliere tra l'uno e l'altro. Anche qui due modalità, tra le quale non occorre scegliere perché entrambe coesistono in noi: quella del pianto e quella della fede, modalità che ci permettono di cogliere quanto i cammini delle persone non approdino a punti fissi, ma maturino diversamente: Marta che nel vangelo di Luca appare indaffarata, affannata nei servizi, qui coglie in Gesù il Messia, Maria, colei che era tutta protesa nell'ascolto di Gesù qui appare più scavata dal dolore e dalla sofferenza del fratello. Una conclusione per noi: nei diversi quadri del racconto Giovanni presenta due dimensioni dell'esperienza credente che a volte ci sembrano opposte e antitetiche, ma che in realtà sono inseparabili tra loro: la certezza della fede non elimina il peso del dolore e dell'angoscia davanti alla morte e questa angoscia, da parte sua, contiene una invocazione di aiuto, che può rimanere muta o esplicitarsi, ma che comunque esprime il desiderio di affidarsi al Padre che dona la vita. Da ultima la reazione di Gesù di fronte alla morte: intanto non va subito, quasi vuole che Lazzaro muoia perché Gesù, con questa sua decisione vuole mostrare che non rinuncia al confronto con la morte, anzi accetta la sua condanna a morte perché la decisione di uccidere Gesù parte proprio dal miracolo che Lui compie su Lazzaro. Ma poi Gesù non risolve il problema della morte, ma condivide, fa sua questa condizione. I tratti dell'umanità di Gesù che il vangelo che abbiamo letto rivela, sono tratti splendidi. L'umanità di Gesù si rivela nel momento in cui guarda in faccia la morte, nel momento in cui si turba, nel momento in cui piange, nel momento in cui freme interiormente. Gesù non affronta la morte da eroe, ma da uomo. Gesù quindi condivide la morte di Lazzaro, non la sfugge, non le si mostra superiore, ma ci si fa immergere tutto. La morte allora la si vince condividendola, facendola propria, nell'accompagnare chi sta morendo, nel sentire tutta la nostra impotenza, nel commuoverci, nel piangere, nel fremere interiormente. La morte la si vince non fuggendola, ma vivendola. Scrive don Daniele Simonazzi: La situazione dei morenti, di chi muore fisicamente, ma anche di chi muore spiritualmente è una condizione che siamo chiamati a condividere. E' il riaffermare lì che Gesù è la Risurrezione e la vita perché quelli, i malati sono i luoghi della fede. La nostra fede nella Risurrezione la affermiamo perché condividiamo le situazioni di morte: proprio perché piangiamo facciamo nostra la situazione di morte di tanti fratelli e tante sorelle. Dopo questo vangelo, per noi la morte non è più qualcosa da temere. |