Omelia (09-03-2008)
mons. Ilvo Corniglia


Nei brani evangelici delle ultime domeniche Gesù si è rivelato progressivamente. Egli è "l'acqua viva" che disseta il nostro bisogno di felicità e di infinito e lo fa in primo luogo con la sua parola (cfr. l'incontro con la samaritana). Egli è "la luce" che rischiara le nostre tenebre donandoci la fede, cioè una comprensione nuova di Dio, del mondo, di noi stessi (cfr. la guarigione del cieco nato). Nel brano di questa domenica Gesù, risuscitando Lazzaro da quattro giorni nel sepolcro, si rivela come Colui che possiede la pienezza della vita e la comunica.

La storia narrata in questo capitolo (forma breve), evidenzia, con accenti toccanti, il rapporto tenero e profondo che legava Gesù alla famiglia di Lazzaro. Le due sorelle mandano ad avvisare Gesù della malattia del fratello con queste parole: "Signore, ecco, colui che ami è malato" (v.3). L'evangelista osserva: "Gesù amava Marta, e sua sorella e Lazzaro" (v.5). Davanti, poi, alla sua tomba, Gesù si turberà fino al punto di scoppiare in lacrime, tanto che molti commentano: "Guarda come lo amava!" (vv.34-36).
Questo atteggiamento amicale di Gesù (cfr. anche Gv 15, 14-15) è da ricuperare nei nostri rapporti con Lui. Gesù vuole essere l'amico personale di ciascuno di noi e delle nostre famiglie e desidera essere corrisposto.

Ma il miracolo strepitoso operato da Gesù contiene un messaggio immensamente più profondo. Gesù, richiamando Lazzaro dalla tomba, rivela se stesso: chi è Lui per l'uomo, per ogni uomo. "Io sono la risurrezione e la vita" (v.25). Questa dichiarazione solenne di Gesù a Marta rappresenta il culmine del racconto. Il miracolo illustra proprio questa affermazione. In che senso? Quando Gesù giunge a Betania, la situazione è irreparabile: Lazzaro è nel sepolcro già da quattro giorni. Ma Gesù, pur incontrandolo ormai prigioniero della morte, la sconfigge con la sua parola e libera il proprio amico. Precisiamo ulteriormente.
Il grido che chiama "Lazzaro, vieni fuori!" (v.43) è la voce di Colui che nell'ultimo giorno chiamerà i morti dai loro sepolcri. Gesù risusciterà i morti e sarà il contenuto della loro vita di risorti. Essi, cioè, parteciperanno alla sua vita gloriosa, saranno con Lui realizzati supremamente come uomini. Questo futuro che Gesù apre ai credenti non può essere un miraggio, frutto della fantasia degli uomini, inventato dalla loro disperazione davanti alla morte; ma semplicemente ciò che Dio ha promesso e che ha già cominciato ad attuare proprio in Lui, Gesù, il primo dei risorti (cfr. I e II lettura). Se davanti alla tomba di Lazzaro Gesù pensa che presto un'altra tomba si aprirà per accogliere anche Lui, Egli però sa vedere nella morte dell'amico, nella propria morte, nella morte di noi tutti un significato nuovo, per cui la morte diventa un sonno in attesa del risveglio (cfr. v.11). Al di là, perciò, dell'esperienza lacerante della morte, l'unica realtà che sembra vera e definitiva per gli uomini, il credente è invitato a vedere la vittoria di Cristo, il suo amore che salva l'uomo. Gesù è l'unico che davanti alla morte dell'amico continua a sperare. La tomba non può essere l'abitazione definitiva dei suoi amici.

La risurrezione di Lazzaro, però, non è soltanto simbolo della risurrezione futura (cfr. Gv 6,40.54. Cfr. "Aspetto la risurrezione dei morti"), ma è anche segno di un dono che il Signore Gesù già ora fa a chi crede. La "vita eterna" il credente la possieda già fin d'ora in attesa dell'esplosione e maturazione finale di tale vita. "Io sono la risurrezione e la vita": già adesso, nel presente, Gesù è per tutti i credenti quella vita divina, ineffabile, eterna che non morirà mai. Se Gesù è in loro, se è in te, non morirai. Questa vita è nata in te nel Battesimo e rinasce ogni volta nel Sacramento della Riconciliazione. Non puoi non essere felice: in te è la Vita, cioè Cristo stesso.
Ma occorre credere. Come già nell'incontro con la samaritana (Gv 4) e col cieco guarito (Gv 9), così Gesù vuole condurre alla fede vera Marta e i discepoli: "Chi crede in me, anche se muore, vivrà. Credi questo?" (vv.25-26. Cfr vv.40.42). Credere significa non solo accettare le verità annunciate da Gesù, ma dire un sì totale a Lui, consegnarsi a Lui accogliendo e vivendo le sue parole, i suoi insegnamenti, che sono riassunti nell'amore. In tal modo si apre la porta a Lui, che è la Vita, perché dimori permanentemente in noi. Quando Gesù ci chiede di aderire a Lui, in fondo non ci propone altro che di diventare più vivi. Nel decidere se accettarlo o rifiutarlo noi decidiamo tra la vita e la morte. L'incontro con Gesù porta Marta a professare la sua fede: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo." (v27). I suoi occhi sono stati aperti. Essa riconosce Gesù come il suo "Signore", il Salvatore promesso ("il Cristo"), colui che vive in comunione senza inizio né fine con Dio suo Padre in assoluta parità con Lui ("il Figlio di Dio").
"Vieni fuori!" (v.43). Il grido con cui Gesù chiama Lazzaro è anche la voce di colui che già ora chiama i morti spiritualmente a risorgere e vivere. Non è solo un invito a ciascuno perché esca dalla tomba del proprio egoismo, torpore, grettezza, disperazione. Ma è anche parola efficace che libera realmente e dona di gustare il sapore della vita vera, perché la vita è Lui, Gesù.

Questo messaggio lo ritroviamo nel passo della lettera ai Romani (8, 8-11: II lettura), dove Paolo descrive l'esperienza più vera del cristiano. Grazie al battesimo, che lo ha unito intimamente a Cristo, la realtà nuova in cui ormai il credente si trova è determinata dal dono, dalla presenza in lui dello Spirito Santo: "lo Spirito di Dio abita in voi" (espressione che ricorre per tre volte). Questa vita trinitaria è destinata a esplodere nella totalità della sua persona anche sul piano fisico: "Colui che ha risuscitato Gesù dai morti...darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi".

Si compie nel senso più pieno la profezia di Ezechiele (37, 12-14: I lettura). In una celebre visione egli contempla una massa sterminata di ossa aride, che, investite dal soffio dello Spirito, si ricompongono, si coprono di carne e tornano in vita. Quale il significato? Dio opererà la restaurazione nazionale di Israele, la sua "risurrezione" come popolo. Il vocabolario della "risurrezione", però, poteva orientare gli animi all'idea e all'attesa della risurrezione sia spirituale che fisica, quale si è poi gradualmente sviluppata.
San Paolo evoca questo testo di Ezechiele per mostrare quale potenza infinita di vita possiede ed è in grado di esplicare lo Spirito Santo, che il cristiano riceve da Gesù.

La rivelazione fatta a Marta Gesù oggi la ripete a ciascuno di noi: "Io sono la risurrezione e la vita". A ciascuno, poi, rivolge la domanda provocatoria: "Credi questo?".
Credi che la vita, la tua vita, sono Io? Credi che Io risusciterò i morti, ma che già ora comunico la vita nuova e faccio uscire dalla tomba della propria solitudine, incomunicabilità, incapacità di amare, tutti quelli che, morti spiritualmente, si volgono a me?
Marta ha risposto: "Sì, o Signore, io credo!". Mi accade di ripetere questa professione di fede? Che significato ha nel mio cuore e sulle mie labbra?

Mi riesce di sentire Gesù come una persona molto viva e fonte della vita?
In quale misura gli permetto di risuscitarmi e comunicarmi la vita attraverso la sua Parola e i Sacramenti, in particolare il Sacramento della Riconciliazione?

Che grazia per Lazzaro avere un tale Amico! Ma non sono anch'io Lazzaro?
Non lo sei anche tu? Qual è la qualità e il grado della mia amicizia con Gesù?