| Omelia (16-03-2008) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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La massima espressione dell'amore Massima espressione dell'amore è il sacrificio. Questa virtù, quando praticata spassionatamente e disinteressatamente senza secondi fini, rende l'amore reale ed incontrovertibile estinguendo ogni dubbio sulla sincerità di chi ci ama; ma ancora più significativo ed espressivo è il sacrificio che comporta un'umiliazione, una rinuncia o una privazione a beneficio degli altri. Il sacrificio di chi accetta di rinunciare ad una posizione o a una garanzia per abbracciare uno stato di vita precario e incerto per la causa del prossimo è ancora più gratificante e fonda la certezza dell'amore, come per esempio nel caso di chi abbandona una posizione professionale di prestigio per dare tutto se stesso ai poveri nelle missioni o alla causa del Regno di Dio nella speciale consacrazione religiosa; oppure chi rinuncia ad una garanzia di successo economico per dedicarsi maggiormente alla famiglia e ai figli; chi mette in discussione la propria sopravvivenza e la propria stabilità di dimora per realizzare il futuro dei propri figli... Insomma il sacrificio è già espressione dell'amore, ma lo è ancora di più se comporta l'assillo di particolari rinunce e immolazioni in vista del prossimo. Ora, il sacrificio che Cristo accetta di subire lasciandosi catturare dai suoi aggressori per poi subire un processo ingiusto, le torture, lo schernimento e finalmente il patibolo della croce non può che essere evidente poiché non è quello di un uomo qualunque ma di un Dio che non contento di aver annichilito se stesso e abbandonato tutte le prerogative di gloria e di magnificenza nel farsi uomo, adesso si appropinqua al patibolo infame nel quale –Lui in origine fonte di ogni benedizione – verrà definito per noi Maledizione, poiché sta scritto "Maledetto chiunque pende dal legno" (Gal 3, 13). In Cristo è Dio che per amore dell'umanità accetta di consegnare se stesso allo strazio dell'effusione del sangue; Dio che si autoconsegna all'uomo accettando la più crudele delle condizioni della nostra storia che è quella di morire trafitto su quello che a ragione alcuni hanno considerato essere il più inaudito strumento di condanna a morte: l'intreccio di due pali trasversali sui quali i chiodi trafissero, passandoli da parte a parte, i polsi (non le mani) e le caviglie. Si tratta insomma del Re universale e Signore della Storia che la liturgia di oggi vuole esaltato mentre entra a Gerusalemme fra le ovazioni della folla che lo accoglie gettandogli addosso palme e rami di ulivo, simboli dell'onorificenza regale, appunto per riconoscere in lui i Sovrano del mondo nonché Dio e Salvatore; il Signore che viene affermato nella sua lungimirante magnificenza e signoria regale nel lancio di questi oggetti espressivi di osanna e di somma riverenza nonché colui che si era mostrato come il fautore della vita e della gioia nei suoi innumerevoli interventi miracolosi. Lo stesso Signore noi esaltiamo in questa Domenica riconoscendo in lui i medesimi sentimenti di grandezza e di signoria che si palesano nel medesimo gesto delle palme e dei rami di ulivo opportunamente decorati e intrecciati, che da parte nostra vengono elevati in alto all'attenzione del sacerdote che li asperge di acqua benedetta. Lo stesso Signore Re universale tuttavia palesa tali prerogative regali non nel predominio e nell'egemonia o in qualsiasi altro sistema di strutturazione politica, ma consegnando se stesso alla crudeltà degli aguzzini. Dirà poi la Lettera agli Ebrei che lui anche per questo motivo sarà "sacerdote per sempre" perché non ha avuto bisogno di entrare ripetutamente nei templi e nei santuari realizzati dalla mano dell'uomo per offrire sacrifici, come nel caso dei sacerdoti dell'Antica Alleanza, ma ha realizzato il suo sacrificio una volta per tutte sulla propria pelle riscattando l'umanità peccatrice. Il sangue sparso sulla croce è infatti il prezzo di espiazione delle colpe dell'umanità le quali vengono addossate sulle spalle dello stesso Salvatore che le assume sulle proprie spalle realizzando così il disegno di amore del padre che vuole che tutti gli uomini non si perdano ma giungano alla vita e ciò si rende possibile nel sacrificio coraggioso del suo Figlio che immola se stesso come vittima immacolata pari al Servo Sofferente di Jhavè di cui Isaia 52 -53 che sottopone se stesso al macello mutando le sembianze in un aspetto deplorevole. L'amore di Gesù verso l'umanità peccatrice vuole spronarci agli stessi sentimenti di Cristo, secondo lo stesso monito di San Paolo (Fil 2., 1 – 6) affinché anche noi siamo capaci di spoliazione e di sacrificio per amore degli altri: il donarci comporta sempre prescindere da noi stessi e rinunciare in un certo qual modo alle sicurezze di cui siamo affezionati e questo non di rado non senza che ne risentiamo. Anche noi sulla scia del Verbo Dio Sofferente per l'umanità non possiamo esimerci dal sacrificio da accettarsi con risolutezza e fiducia quando questo si imponga nelle svariate esperienze del dolore o della rinuncia e da interpretarsi come attiva partecipazione al carattere espiativo della croce di Cristo e in questo ci è pedagogo l'apostolo Paolo quando afferma che le sofferenze sono un prosieguo della passione redentrice di Cristo nella nostra carne: "Completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo" (Col 1, 24) per un valore di edificazione e di salvezza di tutto il corpo ecclesiale. Ma non possiamo soprattutto eludere il sacrificio di privazione e di immolazione che ineluttabilmente dobbiamo saper accettare quando si tratti di esercitare la carità verso gli altri. Sine dolore non vivitur in amore. |