| Omelia (09-03-2008) |
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In queste ultime tre domeniche di Quaresima la liturgia ci ha proposto l'itinerario dei catecumeni verso la Pasqua. Nella solenne veglia pasquale infatti essi riceveranno il Battesimo. Oggi la liturgia ci fa rivivere un aspetto fondamentale del Battesimo: quello dell'essere sepolti con Cristo per accogliere con Lui il dono della vita nuova. E per farci compiere questo itinerario ci conduce a Betania, nella casa di Marta e Maria e del loro fratello Lazzaro. Così si è aperto il nostro racconto:"... era malato un certo Lazzaro di Betania...". Chi era Lazzaro e cosa indica Betania? Lazzaro era un amico di Gesù. E come ognuno di noi ha nei suoi ricordi, nel suo cuore, un luogo particolare, dei volti concreti che segnano le sue esperienze di amicizia, così è stato anche per Gesù. Insieme a Pietro, Giacomo, Giovanni... i discepoli, Marta e Maria, Lazzaro era tra coloro che avevano stretto profondi legami di amicizia con il Signore. La Scrittura (Siracide 6, 14) ci ricorda che "chi trova un amico fedele, trova un tesoro"... e di questi tesori anche il Signore Gesù ha avvertito il bisogno di averne. Trovo molto bello che il vangelo di questa domenica ci avvicini come non mai la persona di Gesù, ce lo mostri nella sua umanità. Quella casa di Betania sta ad indicare l'importanza dei rapporti amicali nella vita di ogni essere umano. Betania è il luogo della tranquillità, del riposo nella fraternità, dell'intensità dei rapporti, della confidenza e della gioia del ritrovarsi, gustando non semplicemente del buon cibo e magari del buon vino... ma ancor più gustando la bellezza dell'amicizia. Quanto è importante nella nostra vita saper fare dell'amicizia, delle nostre relazioni un luogo di riposo. Non a caso il libro del Siracide (cap. 6) quando parla dell'amicizia umana e di quel rapporto particolarissimo che ciascuno di noi è chiamato ad instaurare con il Signore e con il suo Spirito dice: "Avvicinati ad essa (la sapienza ovvero lo Spirito Santo) con tutta l'anima e con tutta la tua forza resta nelle sue vie. Seguine le orme e cercala, ti si manifesterà; e una volta raggiunta, non lasciarla. Alla fine troverai in lei il riposo, ed essa ti si cambierà in gioia" (vv. 26-28). Cerchiamo ora di capire qual è il messaggio centrale che il vangelo di oggi vuole comunicarci, visto che nel dialogo che avviene tra Gesù e i discepoli, e poi Marta e Maria, ci accorgiamo che sembrano esserci due diversi livelli di lettura e di comprensione. Ci accorgiamo, infatti, che è come se ci fossero due piani su cui si gioca continuamente il racconto: - un piano legge le cose ad un livello di comprensione puramente umano, - un altro piano le legge con gli occhi di Dio. L'occhio umano in questa morte vede solo dolore e distacco, sperimenta angoscia e tristezza. L'occhio di Dio, invece, vede un addormentarsi. Giovanni Crisostomo scrive: "Dio ha degli amici in terra e quando l'uomo ha Dio per amico la morte cambia nome, non è più morte ma sonno". Non credo di sbagliarmi nel dire che quello che il Signore Gesù vuole farci capire attraverso le sue parole, e il grido con cui richiamerà alla vita il suo amico Lazzaro, non è semplicemente che Lazzaro risorgerà alla fine dei tempi, ma che Lazzaro, in forza del suo rapporto con Cristo, non è morto. La morte non è il nostro futuro. La morte è il nostro passato. Credendo in Cristo abbiamo già lasciato la morte e siamo in una vita che non finisce (questo dice il nostro battesimo!). Fra il nostro vivere nella grazia di Cristo in questa vita e la vita che sarà, non c'è interruzione. Se ricordate qualcosa di simile ha cercato di farci comprendere Gesù in un altro passo del vangelo, in quel racconto in cui si narrava la storia del ricco epulone e il povero Lazzaro che giaceva piagato alla sua porta (che guarda caso porta lo stesso nome del nostro amico!). Attraverso quel racconto il Signore Gesù ci ha fatto capire che il mondo di domani, il paradiso o l'inferno come descriveva in quelle righe, altro non sarà se non il proseguimento del modo in cui abbiamo vissuto su questa terra. Se la nostra vita è una vita chiusa, in cui non c'è spazio per accogliere l'altro, questo ci ritroveremo a vivere, invece se la nostra esistenza è aperta, ricca di dialogo, un domani sperimenterà la pienezza della comunione. Dire risurrezione è dire, come ci ricorda il Cantico dei cantici, che l'amore vince la morte, che i gesti di amore che abbiamo compiuto o ricevuto portano con sé il germe dell'eternità. Chi di voi, magari di recente, ha partecipato ad un matrimonio ricorderà quelle bellissime parole che ritroviamo sulle labbra di colui che ama: "forte come la morte è l'amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Le grandi acque non possono spegnere l'amore né i fiumi travolgerlo". Quanto sono vere queste parole: parlare di risurrezione significa parlare di questa forza dell'amore. Il discorso della speranza cristiana, dunque, non è soltanto un rimando alla verifica ultima di questa grande speranza della nostra resurrezione che c'è e ci sarà, perché anche il nostro corpo addormentato si risveglierà, ma già adesso la morte è stata vinta. La morte e la vita (come diremo la notte di Pasqua) hanno combattuto un duello mirabile, non soltanto nel Cristo, ma in coloro che sono le sue membra. Essendo unite a Cristo già sono risorte con Lui, sono in una vita che non può cessare. Ecco il grande significato di questo racconto evangelico: la nostra vita, quella che ora stiamo vivendo, è già la vita divina e quindi non ci sarà tolta ma semplicemente si addormenterà, tanto è vero che basterà una voce, un grido, per ridestarla. Vivere da risorti, perché inseriti in Cristo attraverso il nostro battesimo, significa vivere guardando il mondo, le persone, le cose, con lo sguardo di Gesù: uno sguardo che ci permette di leggere dentro la vita senza mai fermarci alla superficie. Ci aiuti il Signore ad affinare sempre più il nostro orecchio all'ascolto della sua voce, così da riconoscerne il grido o il sussurro, e ci accompagni nel nostro cammino, perché in tutte quelle situazioni in cui ci è dato di sperimentare il morire (tra cui il morire al nostro egoismo, al nostro amor proprio, al nostro utile e tornaconto personale), possiamo – attraverso la gratuità dell'amore e dell'amicizia – sperimentare anche la forza nuova ed eterna che da questa logica del dono scaturisce. Commento a cura di don Giampiero Ialongo |