| Omelia (09-03-2008) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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Alla morte si risponde con la vita Di fronte alla morte si sono assunti nella storia differenti atteggiamenti e anche la filosofia e l'antropologia hanno date svariate interpretazioni e posizioni di pensiero di diversa natura. Voltaire diceva che il pensiero della morte serve solo ad avvelenare la vita. Altri erano del parere che la morte è un argomento banale poiché essa sussisterà quando noi non ci saremo e Heidegger affermava che coloro che nascono sono già abbastanza vecchi per morire. Quest'ultima esclamazione suppone una grande vena di pessimismo ma fonda la consapevolezza che ciascun essere umano che si rispetti è consapevole di dover morire. In effetti è così: fra tutti gli esseri viventi soltanto l'uomo sa di dover morire e questo ha determinato molteplici interpretazioni all'esperienza della morte. C'è chi vuole farsela amica, chi intende evitarla, chi tende ad eluderne la presenza con l'indifferenza ed evitando di parlarne e c'è anche chi ne invoca l'arrivo immediato. La morte infatti non fa paura in se stessa, ma ci intimorisce in relazione alle conseguenze misteriose e agli imprevisti che comporta la prospettiva del trapasso; si prova apura soprattutto nel dolore e trovandiocisi di fronte all'incognita del passaggio da questo all'altro mondo tuttavia non è mai la morte in se stessa a metterci in ansia; del resto potrebbe anche esservi chi il trapasso lo cerca come soluzione definitiva agli assilli della propria vita e non di rado si trova chi teme addirittura di vivere anziché morire. Anche in virtù di questi assunti è sempre stata insita nell'uomo la ricerca di una possibilità di sopravvivenza oltre questa vita sicché il tema dell'Aldilà può definirsi di origini antichissime: che l'uomo attenda una vita oltre il suo corpo fisico è abbastanza ricorrente nelle culture e nelle mentalità di questo mondo e il ricorso a una vita ultraterrena è stato da sempre motivato da tante idee non esclusa quella di procacciare una consolazione all'evidenza del fatto del morire o l'idea di una vita extracorporea che offrisse più garanzie di quella attuale. In ogni caso non è sufficiente interpretare e fondare l'esperienza del defungere, ma occorre assumerla fino in fondo, familiarizzare con essa, immedesimandoci e immedesimandola nella sfera del processo vitale. Occorre cioè saperla qualificare nella stessa dimensione del vivere quotidiano e come si è certi di dover vivere e ci si impegna di vivere in pienezza così si deve essere certi di dover morire e predisporsi ad trapasso altrettanto pieno e motivato. Questo pensiero potrebbe compendiarsi nelle parole che mio nonno era solito proferire durante le ultime settimane delle sua vita: "Si nasce, si cresce e si muore". Il morire in parole povere non può essere considerato se non come una delle tappe fondamentali e irrinunciabili dello stesso vivere, il che comporta che non si debba aver paura di affrontare l'argomento morte nelle nostre abituali discussioni e non si debba usare scaramanzia o altra forma di scongiuri al presenziare di codesta esperienza. Anche se non in modo assillante, si deve parlare della morte con estrema disinvoltura e naturalezza poiché il morire va posto in continua relazione con il vivere e solo una reale valorizzazione della vita ci consentirà di concepire la morte nel modo più adeguato: fintanto che noi non sapremo considerare il vivere di tutti i giorni considereremo la morte come un elemento estraneo alla nostra esistenza, non le attribuiremo mai il posto che le spetta e pertanto la considereremo una acerrima nemica che non fa altro che spaventarci. La Rivelazione ci aiuta a trovare in Dio il senso della vita poiché ci ragguaglia sulla certezza che il vivere è lo stesso Dio fautore della gioia e della vita e in particolar modo la Parola di Dio di questa settimana mostra la fattività della vita nello Persona dello Spirito Santo (Ancora spirito di Yahvè) che ricompone le membra delle ossa inaridite che si animano nella composizione dei viventi; in tale configurazione lo Spirito di Dio si propone all'umanità come il fautore della vita che combatte la morte e la desolazione dell'aridità che adempirà la promessa di dare presto al suo popolo che "un cuore di carne" perché non vivano nella freddezza e nell'arrogante insensibilità verso i divini moniti per poter morire in anticipo; che nel libro della Sapienza aveva ammonito che "vecchiaia veneranda non è lalongevità, né si calcola dal numero degli anni", onde poter qualificare il vivere di tutti i giorni nella qualità effettiva e non solo nella quantità. Ma è soprattutto in Cristo che Dio si mostra come l'autore della vita che vince i meandri della morte nella resurrezione dell'amico Lazzaro. Prestiamo attenzione: di fronte al sepolcro di questo defunto che ormai giace sepolto da quattro giorni, la prima reazione di Gesù è quella delle lacrime giacché egli piange configurandosi nel dolore umano legittimo per ogni situazione di lutto e condividendo i nostri patemi anche sotto questo aspetto. Tuttavia la circostanza dolorosa è per lui occasione per rammentare a Marta che lei può riporre la fiducia e la speranza in quello che per lei e per ogni uomo dovrebbe essere lo sprone e il monito del vivere in pienezza, di fronte al quale null'altro vi è da fare se non aprire il cuore: Gesù cioè le si presenta come "la Resurrezione e la vita" e le offre un segno tangibile di questa sua presentazione nell'intervenire a beneficio del defunto che esce dal sepolcro ancora avvolto dalle bende e dal sudario. L'intervento miracoloso di Gesù è atto a qualificare egli medesimo come la Vita e la Resurrezione e ci aiuta a comprendere che l'atteggiamento più consono da adottarsi in relazione alla morte è il vivere in Cristo. Nello stesso evento della resurrezione dell'amico Lazzaro infatti Gesù offre il preludio della sua stessa resurrezione per la quale egli sarà vittorioso sul dolore e sulla morte in senso definitivo e ci si presenterà come il Cristo Risuscitato che non muore più, non avendo la morte più potere su di lui (Rm 6, 9); ebbene nel vivere da risorti e immedesimandoci costantemente in lui e a lui configurandoci vi è la prospettiva della vita piena che attribuisce senso alla morte in quanto ci ragguaglia sul fatto che il morire cristiano non è la fine ma è la vita eterna. In Cristo risorto che vive per sempre infatti noi riscopriamo di essere orientati a vivere indefinitamente e che quello che da sempre tutti considerano il trapasso irrimediabile non è altro che la vita piena, la vita immortale. Così Gesù nel resuscitare Lazzaro si mostra l'autore della vita e il garante della Resurrezione come vita eterna e infinita che vi da la certezza che non moriremo più poiché siamo destinati a vivere con lui. La risposta al problema della morte la si evince allora nel vivere la vita da Risorti appartenendo sempre a lui. |