Omelia (02-03-2008)
don Daniele Muraro


L'incontro della piccola comitiva del Vangelo con l'uomo nato cieco è casuale, ma si tratta di un episodio non privo di coinvolgimento da parte di Gesù, né di importanza per il cieco stesso, né di valore per noi che dopo tanto tempo meditiamo su questo brano.
I primi a manifestare interesse per l'uomo cieco sono gli Apostoli. Nelle loro parole tuttavia la compassione spontanea davanti una persona svantaggiata si trasforma ben presto in un problema di principio: "Di chi è la colpa della menomazione che da sempre affligge quel disgraziato? L'ha ereditata dai suoi genitori, o lui stesso ne è responsabile?"
Di fronte al male che c'è nel mondo tutti siamo in cerca di una spiegazione. Molta parte delle sofferenze umane si possono attribuire a conseguenze di comportamenti sbagliati, propri o altrui, ma rimane una quota di dolore che non si può assegnare con evidenza a nessuna attività umana precedente.
Di fronte a questa impossibilità a risalire a delle cause certe di quello che non va, la ragione si ribella, e era uso comune per gli antichi, non solo presso gli ebrei, ma anche presso i pagani, di chiudere presto il caso, facendone sùbito una questione morale, anche senza prove.
Nel caso di un grave difetto fisico si presumeva senz'altro l'influsso negativo di una colpa nascosta di cui era direttamente responsabile il soggetto o che aveva ricevuto trasmessa per via ereditaria. La giustizia di Dio e la sua maestà così venivano messe al riparo da ogni discussione, ma la persona malata era condannata senza appello: "Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?"
Gesù invece nella persona sofferente vede prima di tutto una creatura da aiutare: si può dare anche il dolore innocente. In ogni caso, il tempo della vita terrena è proprio l'occasione propizia per raddrizzare le situazioni storte: quelle morali attraverso la conversione personale e quelle materiali attraverso l'aiuto fraterno.
Se uno non riesce a tirarsi fuori dai guai da solo, non soccorrerlo vuol dire condannarlo a patire, mentre se è nella propria possibilità concreta il farlo, prestare il proprio aiuto diventa un dovere sociale.
Anzi nel caso che i problemi di uno dipendessero da una sua colpa grave, dargli soccorso nelle sue necessità, se fatto per amore di Dio può diventare la miglior predica alla sua coscienza e il miglior appello al cambiamento di vita alla sua volontà.
Gli effetti materiali di un comportamento sbagliato una volta messi in movimento seguono un percorso proprio, indipendente dalle decisioni successive.
Sperimentare un aiuto inaspettato perché non meritato, privo di disprezzo e quindi dispensato per puro amore soprannaturale, restituisce la speranza nella possibilità di ottenere il perdono da parte di Dio e di recuperare la sua grazia della sua amicizia.
Gesù è venuto per indicare questa via nuova ai suoi apostoli di allora, ma anche a noi cristiani di oggi, sempre tentati di ritirarci nel nostro piccolo ambiente privato.
La reazione della gente alla guarigione ottenuta dal cieco nato è di sconcerto; si limitano ad osservare dall'esterno il miracolo operato da Gesù: per essi il cieco rimane il mendicante seduto a chiedere l'elemosina e niente più.
Il cambiamento dell'uomo nato cieco invece è progressivo e, partendo dalla vista finalmente goduta, arriva alla piena professione di fede in Gesù: «Credo, in te Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.
Si opera così un rovesciamento di posizione: chi sosteneva di vederci bene, diventa cieco, ottenebrato dalla propria superbia e stoltezza; chi invece era cieco diventa credente, lasciandosi illuminare dalla grazia della fede.
Non è chi è cieco per cause fortuite il colpevole, ma chi, pur avendo bisogno della grazia di Cristo, la rifiuta e così si esclude da se stesso dalla luce della salvezza.
Come l'agire, anche la sofferenza fa parte dell'esistenza umana. Essa deriva, da una parte, dalla nostra finitezza, dall'altra, dalla massa di colpa che, nel corso della storia, si è accumulata e anche nel presente cresce in modo inarrestabile. Certamente bisogna fare tutto il possibile per diminuire la sofferenza: impedire, per quanto possibile, la sofferenza degli innocenti; calmare i dolori; aiutare a superare le sofferenze psichiche. Sono tutti doveri sia della giustizia che dell'amore che rientrano nelle esigenze fondamentali dell'esistenza cristiana e di ogni vita veramente umana e bisogna riconoscere che nella lotta contro il dolore fisico si è riusciti a fare grandi progressi.
Tuttavia possiamo eliminare del tutto la sofferenza. Proprio là dove gli uomini cercano di sottrarsi a tutto ciò che potrebbe significare patimento e si vogliono risparmiare la fatica e il dolore della verità, dell'amore, del bene, essi scivolano in una vita vuota, nella quale forse non esiste quasi più il dolore, ma si ha tanto maggiormente l'oscura sensazione della mancanza di senso e della solitudine. Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l'uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l'unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore.
La misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana.
Accettare l'altro che soffre significa, infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia. Ma proprio perché ora è divenuta sofferenza condivisa, nella quale c'è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dell'amore.
L'uomo ha per Dio un valore così grande da essersi Egli stesso fatto uomo per poter com-patire con l'uomo, in modo molto reale, in carne e sangue, come ci viene dimostrato nel racconto della Passione di Gesù. Da lì in ogni sofferenza umana è entrato uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; da lì si diffonde in ogni sofferenza la consolazione dell'amore partecipe di Dio e così sorge la stella della speranza.