Omelia (02-03-2008)
mons. Vincenzo Paglia
Risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà

In questa quarta domenica di quaresima continua la lettura del Vangelo di Giovanni. Il capitolo nono – interamente dedicato alla narrazione della guarigione di un uomo cieco fin dalla nascita – inizia con un verbo: "passando". Non si indica né il luogo né il tempo in cui è accaduto questo miracolo, ma solo il camminare di Gesù. E immediatamente chi egli incontra: "Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita". Si tratta di un pover'uomo che da anni sta seduto in quel posto a chiedere l'elemosina. In tanti lo hanno visto e continuano a vederlo; solo qualcuno di tanto in tanto rallenta per dargli qualche spicciolo. Gesù si ferma, non va oltre. Anche i discepoli si fermano e lo guardano. Ma è uno sguardo diverso. Per i discepoli è un caso su cui intavolare una disputa: "Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse cieco?". Secondo il giudaismo corrente, la disgrazia era effetto del peccato: Dio castigava l'uomo in proporzione alla sua colpa. Questa concezione ha in verità traversato i secoli ed è entrata a far parte anche della mentalità di molti cristiani sino ai nostri giorni. Non è raro sentir dire da cristiani che Dio sta all'origine di questo o di quel malanno.È una concezione triste e offensiva del Signore; quasi che Egli stia spiando le nostre debolezze per colpirci il più duramente possibile. Gesù si scaglia contro tale concezione: "Né lui ha peccato, né i suoi genitori". È una risposta breve ma chiara. Il Signore non infligge il male ai suoi figli; su questo è categorico. E neppure è indifferente ai drammi e alle malattie che si abbattono su di loro. Egli viene a guarire e a salvare. E la vicenda del cieco ne è una dimostrazione. Mentre i discepoli discutono se quell'uomo sia colpevole o meno, Gesù lo ama, gli si avvicina, lo tocca con tenerezza e lo guarisce. In quella mano che tocca il malato si compie il mistero dell'amore di Dio. Sì, il mistero. Non nel senso di una realtà non comprensibile. Semmai è incomprensibile la durezza e la cattiveria degli uomini. Purtroppo spesso gli uomini sono a tal punto distanti tra loro da non riuscire né a parlarsi né ad amarsi. Ma quando quella mano si stende e tocca quell'uomo, ecco che tocchiamo il mistero dell'amore di Dio. Gesù disse a quel cieco: "Va a lavarti nella piscina di Siloe". Il cieco vi andò, "si lavò e tornò vedendo", nota stringato l'evangelista. La guarigione non arriva attraverso pratiche magiche o formule esoteriche; si realizza in modo molto semplice: obbedendo alle parole di Gesù. Anche per noi è possibile rivivere questa pagina della Scrittura: basta lasciarsi toccare il cuore dal Vangelo e immergersi nella piscina della santa liturgia eucaristica. Anche noi saremo guariti dalla cecità e potremo accorgerci di chi ci sta attorno; e tutti saremo capaci di stendere a nostra volta le mani per toccare con affetto chi è solo, chi è bisognoso, chi chiede amicizia. Forse potrà accadere anche a noi di non essere compresi come per quel cieco. Toccato dal Signore, egli praticamente rinacque; non solo vedeva coloro che prima non vedeva, ma si era anche un poco affezionato a Gesù pur non conoscendolo bene. Era insomma diventato un uomo nuovo, tanto da suscitare perplessità tra coloro che pure lo conoscevano. Alcuni pensavano persino che non era la stessa persona che chiedeva l'elemosina. Altri, come i farisei, giungono ad accusarlo e persino a cacciarlo.Ed ecco, quell'uomo – cacciato fuori – incontra nuovamente il Signore. Mentre gli altri lo cacciano, Gesù lo cerca e lo trova, e parla ancora con lui. In questo nuovo incontro Gesù, se prima aveva aperto a quell'uomo gli occhi del corpo, ora gli apre gli occhi del cuore. È il miracolo di cui anche noi abbiamo bisogno per allargare il nostro cuore, per abbracciare anche noi come quel cieco il Signore Gesù e dirgli: "Io credo, Signore".