Omelia (02-03-2008)
don Maurizio Prandi
Sguardi umani e sguardi divini

Ricordo che tre anni fa, commentando la liturgia della Parola di questa quarta domenica di Quaresima, mi soffermai a riflettere in particolare sul volto di Dio e sui volti dell'uomo. Credo che quest'anno, mantenendo un po' la stessa modalità della "contrapposizione" possiamo provare a soffermarci sugli sguardi... lo sguardo di Dio e lo sguardo degli uomini.

Di sguardo troppo umano e di sguardo divino parla la prima lettura: anche un uomo di Dio come Samuele usa criteri troppo terreni per identificare colui che è stato scelto da Dio come re. Cosa guarda l'uomo? L'aspetto, la statura... in generale guarda ciò che è esteriore, ciò che balza all'occhio. Ma il Signore vede il cuore dice Dio a Samuele. Anche a noi è chiesto questo sguardo, anche a noi è chiesta questa profondità nel rapporto, per cogliere nell'altro quello che coglie Dio, per vedere le stesse opportunità che ha di fronte a Dio. Questo saper andare in profondità, non è tanto per sapere come uno veramente è fatto, no... è semplicemente per poter leggere l'altro con gli occhi di Dio, godere di questo sguardo progettuale, capace di scorgere le tue potenzialità, quello che puoi diventare. Cosa vedeva Iesse di Davide? La sua troppo giovane età, la sua normalità rispetto agli altri, la sua inadeguatezza. Che cosa ha letto Dio? Certamente non la sua perfezione anzi... Davide sarà colui che ruberà la moglie a Urìa l'Ittita, ma sarà anche colui che chiederà perdono riconoscendo la sua colpa, leggendo la verità che lo abita.

Quello che vale per Davide e i suoi fratelli allora, vale anche per me. Dio vede il cuore... Dio vede nel segreto (ricordate il vangelo del mercoledì delle ceneri?) quindi per quello che riguarda il mio rapporto con Lui non posso vivere di apparenza. Non basta il battesimo per essere cristiano davanti a Dio, non basta la messa, non bastano le preghiere... occorre l'adesione sincera a Lui, proprio come quella del cieco nato: Credo, Signore! Occorre uno sguardo sugli altri che come dicevo prima sia lo stesso sguardo di Dio. Incede c'è un guardare l'altro che è rinchiuderlo in una definizione sbrigativa: è cieco?si vede che se lo meritava! È una punizione di Dio! Se è ridotto così, o lui o i suoi genitori qualcosina devono averla combinata. Su questo aspetto c'è un testo molto bello di don Angelo Casati... parte proprio dalla constatazione che ciò che sembra contare maggiormente, lì per lì è proprio il peccato, termine che è prima di tutto sulle labbra dei discepoli, poi dei farisei e infine di Gesù. Per i farisei è il termine più ricorrente, quasi una ossessione direi, come se il peccato fosse l'unica categoria interpretativa della realtà o la categoria più decisiva della fede. Gesù però sgombra subito il campo dicendo che quell'uomo è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Pensate che inaridimento: la fede impoverita in una questione di peccati. Gesù invece afferma che la fede è stare in attesa dell'opera di Dio... evidentemente, a quel gruppo di farisei non interessava l'opera di Dio, anzi, la negavano: l'avevano davanti agli occhi nella figura del cieco nato, ma a loro non interessava, perché più delle sorprese di Dio per loro contava la categoria del peccato e le sue classificazioni, come l'osservanza del sabato. Gesù vede un uomo cieco, discepoli e farisei vedono un peccatore... che differenza! E mentre gli altri discutono, analizzano, indagano, Gesù crea... crea la vista per quest'uomo. Non è una semplice guarigione, perché quest'uomo non si è ammalato. E' una creazione vera e propria, tanto che ripete i gesti di Dio quando ha creato Adamo, fa del fango con la terra.

Mi piace concludere condividendo con voi un testo di Ermes Ronchi che è un invito a gioire del bene ricevuto anche quando non ne siamo noi i beneficiari... c'è questa difficoltà che è un po' la stessa dei farisei, che di fronte alla gioia di un pover'uomo che per la prima volta vede il sole e gli occhi di sua madre, dimenticano la vita. Se potessero, anche gli alberi applaudirebbero, anche i fiumi batterebbero le mani (lo dice un salmo), ma i farisei, loro no, sono incapaci di commozione.
E' facile essere credenti senza bontà; è facile anche essere teologi e preti senza bontà. E' facile ed è mortale. Funzionari delle regole ed analfabeti del cuore. Difensori della sana dottrina e indifferenti al dolore. Ma è l'uomo la strada maestra della chiesa, sempre. I farisei guardano alla teologia e non vedono l'uomo e il suo miracolo. Mettono contro l'uomo ed è il peggio che possa capitare alla religione. L'essenza etica del cristianesimo è il valore assoluto di qualsiasi persona umana, l'opposto di ciò che pensano i farisei di sempre.