Omelia (02-03-2008)
padre Antonio Rungi
Cristo, la luce che dirada le tenebre del peccato

Celebriamo oggi la quarta domenica di Quaresima. Il cammino verso la Pasqua accelera ed è in dirittura d'arrivo. Anche la parola di Dio ci sollecita un impegno più intensivo ed estensivo per prepararci in modo adeguato, da un punto di vista spirituale, a questa annuale solennità liturgica. E' soprattutto il testo del vangelo di oggi che ci presenta il racconto della guarigione del cieco, tale fin dalla nascita, a farci riflettere sul tema della luce, che è uno dei simboli e segni più particolari della Pasqua, in quanto nella luce è indicata la fede, quel bene inestimabile ed essenziale per improntare un discorso religioso e cristiano.
Qui è presentato il Cristo che guarisce soprattutto dalle tenebre del peccato, dal buio più profondo nel quale può ricadere un'anima ed una persona umana e dal quale bisogna riemergere con la grazia santificante e sanante che viene da Cristo Redentore.
E' interessante notare nel testo del vangelo lo stretto rapporto che intercorre tra la malattia fisica e quella spirituale. La cecità fisica è legata al peccato. E i discepoli di Gesù cercano di capire e farsi spiegare dal Signore di chi è la colpa se quell'uomo non ci vede ed è cieco. Gesù risponde con un'appropriata catechesi sulla sua missione. Non attribuisce nessuna colpa e responsabilità per una carenza di ordine naturale e connaturale all'essere umano, ma fa di questa debolezza un'altra opportunità per trasmettere agli apostoli e discepoli il suo messaggio di salvezza. Quel messaggio che Gesù tiene a sottolineare nel fatto che egli è la luce che dirada le profonde tenebre del mondo che è il peccato. L'adesione a Cristo, il riacquistare la vista ed il vedere non è altro, nel testo del vangelo, che il raggiungimento di quella condizione di grazia che è salute spirituale, è la fede in Cristo, unico salvatore dell'uomo.
Sul tema della luce è strutturata anche la seconda lettura, tratta dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni, nella quale l'Apostolo focalizza la riflessione proprio sul fatto che i cristiani venuti alla fede, hanno abbandonato la situazione di tenebra in cui stavano, per la mancanza di Dio nella loro vita, e si sono immessi su un percorso di luce, tanto che la loro vita è una via di luce e gloria nonostante debba attraversare le tante valle di lacrime dell'esperienza umana e terrena. Chi è toccato e preso da questa luce abbagliante che è Cristo non può rimanere come prima, ma è necessitato a cambiare vita e dare spessore morale alle proprie azioni. Azioni che si traducono in ogni bontà, giustizia e verità.
Nel contesto della parola di Dio di questa quarta domenica ha una sua precisa valenza anche la prima lettura di oggi, tratta dal primo libro di Samuele, nella quale è descritta la consacrazione di Davide a re del popolo eletto. Re Davide rappresenta la figura di Cristo Re e ne anticipa la missione e la funzione in mezzo al Popolo d'Israele. Gesù Cristo, infatti, per via genealogica della casa di Giuseppe, lo sposo castissimo di Maria, può entrare nella storia del popolo ebraico, come discendenza di Davide. Ecco perché storicamente si può attribuire a Lui il titolo di Re. Lo stesso titolo che Gesù rivendica durante il processo che lo condurrà alla condanna a morte per opera di Pilato. E fu lo stesso Pilato a fissare nella iscrizione sulla testa del Crocifisso il motivo della condanna. "Gesù Nazareno, Re dei Giudei". La regalità di Cristo fu è continua ad essere di altra natura rispetto a quella esercitata da Davide. Egli è il Re della pace, della misericordia e della bontà. A questo singolare Re vogliamo rivolgerci anche oggi per chiedergli tutto ciò che è necessario per la nostra personale santificazione a partire da quella fede, molto spesso incerta, labile, messa in crisi e non curata per andare alla ricerca di altre presunte certezze che non sono Cristo, nelle verità da lui proclamate e consegnate alla Chiesa perché ne facesse oggetto di impegno esistenziale in prospettiva dell'eternità.