Omelia (02-03-2008)
padre Ermes Ronchi
Occhi nuovi per superare il peccato

Dentro la luce del giorno cer­chiamo tutti un'altra luce, come il cieco dalla nascita che scopre progressivamente la ve­rità di Gesù: è un profeta, è il figlio dell'Uomo, è il Signore. Come lui, abbiamo bisogno di fede visibile e vigorosa, di fede che sia pa­ne, che sia visione nuova delle cose. Gesù, dopo un gesto iniziale carico di simboli e di tenerezza, scompa­re, lasciando la scena alla dialettica degli altri, tutti a difendersi, ad at­taccare, a parlare senza sosta e sen­za gioia. E nessuno che provi pena per gli occhi vuoti del cieco; nessu­no che si entusiasmi per i nuovi oc­chi illuminati. Gesù non ci sta, non ha nulla da spartire con un mondo fatto di parole e di teorie. Egli è la «compassione», non la spiegazione. Esattamente ciò che cerca la muta speranza del cieco: mani che lo toc­chino, e qualcuno che sugli occhi spenti metta qualcosa di proprio, come quella piccola liturgia di ma­ni, di fango, di saliva, di cura, che Gesù celebra. Cerca partecipazione, non spiegazione.
Invece i farisei hanno edificato un mondo di parole e di sofismi, che non sa più ascoltare la vita. Come loro anch'io talvolta chiudo l'uomo vivente e dolente dentro la griglia della teoria religiosa o della norma etica. È un mondo cieco, dove colo­ro che si dicono sapienti non sanno più parlare alla speranza. Burocrati delle regole e analfabeti del cuore.
Infatti nelle parole dei farisei il ter­mine più ricorrente è peccato: «noi sappiamo che quest'uomo è un pec­catore»; «sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». Prima anco­ra i discepoli avevano chiesto: «chi ha peccato? Lui o i suoi genitori?».
La loro è una religione immiserita a questioni di peccato. E il peccato è innalzato a teoria che spiega il mon­do e interpreta la realtà. E perfino l'agire di Dio.
Ma il peccato non è rivelatore, ren­de ciechi, davanti all'uomo e davanti a Dio. E Gesù capovolge immedia­tamente questa mentalità: l'uomo non coincide con il suo peccato, ma il bene possibile.
E non parlerà di peccato se non per dire che è perdonato; e per assicu­rare che Dio non spreca la sua eter­nità in castighi, che non può essere appiattito sul nostro moralismo.
Egli è compassione, futuro, approc­cio ardente, mano viva che tocca il cuore e lo apre, porta luce e fa na­scere. Egli vive per me e dalle sue mani la vita fluisce per me, come fiume e come sole, gioiosa, inarre­stabile, eterna.