Omelia (02-03-2008)
Il pane della domenica
Siamo forse ciechi anche noi?

Andò, si lavò e tornò che ci vedeva

Era una ragazza come tante: intelligentissima, esuberante, bella di una bellezza fresca, luminosa. A 27 anni mentre sta assistendo alla Messa, gli occhi le si riempiono di sangue e Benedetta diventa completamente cieca. Per cinque ore non dice a nessuno che il buio assoluto ormai l'avvolge. Poi al prete che ha celebrato la Messa, confida: "Padre, sono serena e ho tanta luce in me, anche se da poco ho perduto completamente la vista". E nel suo diario scrive: "Il mio buio mi pesa, ma lo preferisco, se questo è il prezzo per camminare con più luce dentro al cuore". È un frammento della storia di Benedetta Bianchi Porro...

1. Il vangelo di oggi si apre con un cieco che comincia a vedere e si chiude con dei presunti vedenti che continuano a rimanere ciechi. Il miracolo è raccontato da Giovanni in appena due versetti su 40, perché l'evangelista vuole attirare la nostra attenzione non sul miracolo in sé, ma sul dibattito che esso suscita. Al centro dell'episodio risalta l'affermazione di Gesù: "Io sono la luce del mondo", un'affermazione che nel quarto vangelo si incontra più volte, e sempre in opposizione alle tenebre. All'inizio, nel prologo, leggiamo: "La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta". E poco prima del nostro brano, in Gv 8,12 è scritto: "Gesù disse: Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita".
L'episodio del cieco nato non vuole però semplicemente ridire che c'è una lotta irriducibile tra Gesù-luce e il male-tenebre, ma intende raccontare - quasi in presa diretta, attraverso un caso specifico e concreto - il dramma della luce, le ragioni profonde del suo rifiuto, l'esito positivo della sua accoglienza. Per questo il racconto si dilunga nel riportare le quattro inchieste che si sviluppano a seguito del miracolo: il cieco viene interrogato prima dalla folla, poi dai farisei; quindi i farisei interrogano i suoi genitori e poi di nuovo il cieco. Alla fine l'ex-cieco approda alla fede, e questa è la grazia più grande che gli viene fatta da Gesù: non solo di "vedere", ma di "vederLo".
Da rimarcare il crescendo di tensione nel drammatico scontro tra la luce che è Gesù e le tenebre che rappresentano l'incredulità. Mentre il cieco si avvicina gradualmente alla luce, in parallelo ma in direzione opposta i farisei sprofondano progressivamente nella cecità più assoluta. Tre volte il cieco dice di "non sapere"; tre volte i farisei invece dichiarano di "sapere". Chiusi nella loro presunta verità, i farisei credono di avere già la luce; per questo non si aprono alla verità di Gesù.
Il cammino del cieco invece è un procedere scalare di luce in luce, alla scoperta della vera identità di colui che lo ha guarito: all'inizio ne parla semplicemente come di "quell'uomo chiamato Gesù"; poi afferma nettamente che deve trattarsi di "un profeta"; quindi arriva a proclamare con coraggio che è uno "che viene da Dio"; infine, approda alla fede nella rivelazione piena: Gesù è "il Figlio dell'uomo" e "il Signore".

2. Il cieco nato e guarito ci rappresenta, e il fatto che non abbia nome ci aiuta a rispecchiarci con il nostro volto e il nostro nome nella sua storia. Anche noi siamo stati "illuminati" da Cristo nel battesimo, e quindi dobbiamo comportarci come figli della luce (2ª lettura). Questo esige un cambiamento radicale di mentalità, una capacità di giudicare uomini e cose secondo una nuova scala di valori, che viene da Dio, il quale "non guarda alle apparenze, ma legge nel cuore", come risulta chiaro dalla scelta di Davide a re d'Israele (1ª lettura).
Per cogliere la portata battesimale del tema della "illuminazione", dobbiamo ricondurci alla veglia pasquale. Facciamo mente locale: la liturgia comincia con un rito suggestivo. La chiesa è al buio e in profondo silenzio; dal portale entra il grande cero pasquale, simbolo del Cristo risorto; da quella fiamma si propagano tante piccole luci, man mano che i presenti accendono le loro candele; poi si illumina tutta la chiesa, e in mezzo all'assemblea si leva il canto gioioso della risurrezione. "Gesù ha vinto la morte e ha reso luminosa la vita" (2Tm 1,10): la fede cristiana è luce accesa e alimentata dalla Pasqua del Signore. Alla base della liturgia c'è l'antico rito battesimale, che comportava un gesto di drammatica plasticità. Il catecumeno si volgeva prima verso occidente, la regione delle tenebre, e alzando il braccio come per un giuramento solenne, esclamava: "Io rinuncio a te, Satana". Poi si volgeva a oriente, la regione della luce, e proclamava: "Io aderisco a te, o Cristo". Il battesimo è segno e gesto della salvezza: veniamo strappati dalle tenebre e trasferiti nel regno del Figlio di Dio, perché abbiamo parte della sorte dei santi nella luce (cfr. Col 1,12-13). Ma il sacramento non lascia l'uomo passivo: esige da lui una contropartita, una scelta ferma e decisa. Non per nulla i Padri parlavano di "contratto": un atto che impegna insieme Dio e l'uomo. E impegna per tutta la vita, determinando la linea di condotta: vivere da "figli della luce", o "camminare nella luce".

3. Cosa significa camminare nella luce? Significa innanzitutto abbandonare le luci false: la luce fredda e fatua del pregiudizio contro gli altri, perché il pregiudizio distorce la realtà, falsa le proporzioni, ci carica di avversione contro coloro che giudichiamo senza misericordia, condanniamo senza appello. Non possiamo pretendere di essere luce di noi stessi. Un'altra luce falsa, perché seducente e ambigua, è quella dell'interesse personale: se valutiamo uomini e cose in base al criterio del nostro utile, del nostro piacere, del nostro prestigio, inevitabilmente non facciamo la verità nelle relazioni e nelle situazioni. Il buio del nostro cuore ci acceca: non riusciamo a vedere oltre la superficie dei fatti e delle cose; come possiamo discernere con obiettività? Tante volte poi la vista ci si appanna perché ci autocondanniamo a camminare con la luce fioca del lumicino del tran-tran quotidiano: come possiamo orientarci nel groviglio di situazioni complesse e delicate se a forza di vivere il giorno-per-giorno ci riduciamo poi a vivere alla giornata?
Camminare nella luce - ci ha detto s. Paolo - consiste "in ogni bontà, giustizia e verità"; consiste nel "cercare ciò che piace al Signore". Camminare nella luce significa saper vedere Dio alla regìa di una storia che sembrerebbe condotta solo dagli uomini; significa saper leggere le tracce della sua sapienza e bontà sui sentieri a zig-zag della nostra vita; significa riuscire a decifrare i misteriosi messaggi del suo amore anche nelle pagine striate di lacrime e sangue nel nostro calendario.
Ci valga di incoraggiamento questo passaggio di s. Agostino: "Forse tu cerchi di camminare, perché ti dolgono i piedi. Per qual motivo ti dolgono? Perché hanno dovuto percorrere i duri sentieri imposti dal tuo tirannico egoismo? Ma il Verbo di Dio ha guarito anche gli zoppi. Tu replichi: Sì, ho i piedi sani, ma non vedo la strada. Ebbene, sappi che egli ha illuminato perfino i ciechi".

Commento di mons. Francesco Lambiasi
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"
Ave, Roma 2007