| Omelia (24-02-2008) |
| don Daniele Muraro |
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Giovanni che ci condurranno alla Domenica delle Palme. La settimana prossima sarà proclamato il racconto della guarigione del cieco nato e la domenica successiva il Vangelo della resurrezione di Lazzaro. Parlando di Gesù, l'apostolo san Giovanni non si accontenta di accennare ai fatti, ma nel suo Vangelo sviluppa ogni singolo episodio, soprattutto gli incontri faccia a faccia, fino a far diventare ciascun brano un vero e proprio affresco. Sono scene così ben descritte che si imprimono nella mente, lasciano un duraturo ricordo e trasmettono un profondo insegnamento. Una delle prime volte che l'evangelista adopera questa tecnica quasi di sceneggiatura teatrale, fatta di domande e risposte, è proprio per la descrizione del colloquio fra Gesù e una donna di Samaria. La scena si svolge presso il pozzo di Giacobbe. Siamo poco prima della mietitura, quindi è già estate. Gesù con i suoi apostoli si stava spostando dalla Galilea alla Giudea e aveva scelto la strada più breve che passava dalla Samaria. Stanco per il viaggio a piedi, verso l'ora più calda del giorno, giunto vicino al villaggio di Sichem presso il terreno che il grande patriarca Giacobbe aveva dato quasi duemila anni prima al suo figlio Giuseppe, Gesù manda avanti i suoi apostoli a fare provviste per il pranzo. Egli invece rimane da solo a riposare presso il pozzo detto appunto di Giacobbe, profondo una trentina di metri. Gesù aveva sete a motivo del gran camminare e della calura, ma era privo di recipiente per attingere. Chi arrivava al pozzo ordinariamente portava con sé una brocca e infatti l'aveva con sé l'unica donna che si presenta. Diversamente dalle altre massaie lei aveva aspettato fino a quell'ora per sbrigare una fra le meno gravose delle incombenze quotidiane: andare al pozzo infatti voleva dire mantenere i rapporti sociali: fermarsi a fare una parola con le altre donne del vicinato e venire a conoscenza delle ultime novità. Se quella donna aveva scelto un'ora tanto sfavorevole era forse per evitare incontri imbarazzanti o anche per evitare le maldicenze a suo riguardo. La sua situazione sentimentale infatti non era delle più tranquille. Il dialogo che si sviluppa tra la Samaritana e Gesù è un capolavoro di finezza psicologica nella descrizione e di delicatezza divina nella conduzione. Allo straniero che gli chiede un piacere la Samaritana si presenta sicura di sé ed insofferente. La risposta alla richiesta di aiuto: "Dammi da bere! – Come mai un Giudeo si abbassa a chiedere da bere a una donna samaritana?" non è delle più incoraggianti per Gesù, che, come si ha modo di constatare, resta privo di acqua fino al termine del dialogo. Il Signore però non si limita solo a chiedere, ha anche qualcosa di offrire a quella donna tanto indipendente, quanto insoddisfatta della sua vita. Egli porta un'acqua viva, sempre zampillante ed è pronto ad offrirla a chi ne fa richiesta. La donna si meraviglia perché solo un Patriarca aveva fatto questo in precedenza, appunto Giacobbe che aveva scavato il pozzo che da lui prese il nome. L'acqua di Gesù poi ha la peculiarità di estinguere la sete in chi se ne abbevera, anzi può far diventare chi la riceve proprietario di una sorgente perenne. La donna risponde che farebbe volentieri a meno di dover venire tutti i giorni al pozzo a rinnovare la riserva di acqua per sé e per la sua casa. Da questo punto in poi il discorso diventa diretto: Gesù dimostra di conoscere la situazione esistenziale di quello donna che aveva passato cinque mariti e ora si era messa assieme al sesto uomo. L'ammissione della donna a riguardo della sua vita travagliata chiarisce anche il precedente scambio di battute sulla sete e spiega l'insistenza di Gesù nella sua proposta: Gesù sapeva che si trattava nella sua anima era in ricerca di una felicità che le mancava. La constatazione delle qualità profetiche di Gesù permette alla donna di sottoporre a Gesù i suoi dubbi religiosi: dove pregare? E in che maniera? Alla fine anche Gesù si rivela nella sua piena identità alla donna: è Lui il Messia atteso sia dai Giudei che dai Samaritani. Egli è venuto a fare dei due un popolo solo, superando la separazione dei luoghi di culto: per pregare Dio d'ora in poi sarà importante non andare a Gerusalemme o sul monte Garizim, come facevano i Samaritani, ma adorare in Spirito e verità. Lo Spirito è lo Spirito santo e la verità è Gesù stesso: via, verità e vita. Il Vangelo secondo Giovanni non riporta l'episodio delle tentazioni nel deserto di Gesù, che abbiamo letto due settimane fa nella versione di san Matteo. Potremmo considerare tuttavia questo episodio come il corrispettivo ampliato della prima tentazione: Gesù ha bevuto, e quando tornano gli apostoli neanche mangia e davanti alle loro insistenze si giustifica così: "Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato", ossia che nessuno si perda. Per ottenere questo risultato per Gesù è fondamentale la preghiera. Tutto il lungo discorso con la Samaritana mirava proprio a questo scopo. Con la sua disponibilità Gesù dimostra alla donna che: "Se non mi ascolta più nessuno, Dio mi ascolta ancora. Se non posso più parlare con nessuno, più nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare. Se non c'è più nessuno che possa aiutarmi – dove si tratta di una necessità o di un'attesa che supera l'umana capacità di sperare – Egli può aiutarmi." L'entusiasmo finale della donna che diventa spontaneamente testimone a favore di Gesù dimostra chiaramente che pregare, cioè parlare con Dio, non significa uscire dalla storia e ritirarsi nel privato. La preghiera in quanto confronto con Dio invece purifica interiormente e rende capaci della grande speranza e ministri della speranza per gli altri. Chi prega svolge un compito insostituibile nella società perché tiene il mondo aperto a Dio e la alimenta una speranza non di breve portata, ma veramente degna dell'uomo. |