| Omelia (02-03-2008) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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La luce perenne "Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato." Espressione molto eloquente questa proferita dal neo vedente mentre subisce il nefasto interrogatorio, poiché dimostra che nelle sue reazioni non vi è l'abrivio e lo slancio dell'esultanza istintiva di chi ha appena subito una guarigione, ma accanto all'entusiasmo e alla gioia vi è anche lo spirito di osservazione critica, l'analisi attenta della situazione e dei fatti, l'obiettività nelle conclusioni. Infatti Gesù non ha semplicemente guarito da un disturbo oftalmologico momentaneo o da una qualsiasi cecità: questo in fine dei conti potrebbe anche avvenire ad opera di qualsiasi uomo o potrebbe anche essere giustificato con la pura casualità; Gesù ha liberato un uomo da un malessere fisico innato, cioè da una cecità che questi recava con sé fin dalla nascita. Ragion per cui il sanato può concludere che la guarigione ha qualcosa di "profetico" dalla provenienza divina perché il dono della luce agli occhi richiama il senso della luce che emerge sulle tenebre al "fiat" iniziale della creazione: "Sia la luce, e luce fu": per volere divino in quella circostanza avvenne la genesi della luce e adesso per volere divino ottiene la luce un cieco nato. Si tratta della luce perenne che solo chi pone in essere tutte le cose e le fissa nell'esistenza puù garantire, la luce che ha del divino perché scaturisce nient'altro che da Dio che comunica con l'uomo nell'immediatezza. L'episodio è alquanto analogo a quello della Prima Lettura, nella quale un profeta riconosce colui che deve essere insignito dell'unzione regale: si tratta in entrambi i casi di un'ispirazione divina, che non ha nulla di rilevante dal solo punto di vista umano. Non può che essere un profeta, pertanto, colui che ha permesso la vista a un non vedente che era tale sin dalla nascita. Anzi, molto più di un profeta: il Figlio di Dio fattosi uomo per la salvezza del mondo che rivendica oltre che il potere di ristabilire la vittoria sul male fisico della cecità anche e soprattutto quello di rimettere i peccati: "Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo... Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla" Il discorso dell'ex cieco intorno al suo guaritore quindi non fa grinza alcuna, tranne che sotto un piccolo particolare: il Figlio di Dio è prodigo con l'uomo appunto perché è peccatore. Egli è venuto a recuperare chi è rimasto vittima del peccato, ossia della cecità prevalente che sconvolge e avvelena inesorabilmente la terra, e dall'assenza di luce che l'uomo stesso vuole procacciarsi nel vivere con l'illusione di vedere. Il non vedente che provava questo disturbo sin dalla nascita non doveva attribuire colpa alcuna al suo stato di peccatore né a quello dei propri progenitori (secondo la mentalità comune dell'epoca chi soffriva di una malattia aveva peccato: lui stesso o la sua progenie) ma semplicemente perché Dio in Cristo potesse manifestare la sua gloria, e in tutti i casi anche se il malcapitato fosse stato peccatore, ebbene avrebbe a maggior ragione goduto dalla grazia di Dio. Poiché Cristo è venuto appunto per i peccatori e non per i giusti. Riepilogando, il sanato vede del divino in Gesù perché lo ha guarito avendo recato la luminosità a lui che era sempre stato non vedente. Se possiamo fare ancora un'osservazione, che il non vedente recuperasse la vista o meno non era poi un problema (per lui) così determinante: chi nasce da non senza facoltà visive si abitua a vivere secondo una certa regolarità e speditezza, certo non fra le comodità di cui godono tutti, ma tuttavia sempre in modo tale da sopravvivere con indispensabile tranquillità. Anzi, chissà... Un cieco nato potrebbe anche trovare difficoltà di interazione proprio dopo la sua guarigione e non prima! Se Gesù interviene su di lui allora non è certo per eseguire una guarigione fra tante altre che possa affascinare i suoi interlocutori o dissipare le incertezze dei genitori ma per affermare se stesso come luce del mondo e garanzia di vita e di salvezza rendendo spiegazione fra parentesi all'insorgere dei mali del mondo e al persistere delle disgrazie, anche quelle quotidiane di cui facciamo esperienza ai nostri tempi: esse sussistono affinché si manifesti la gloria di Dio e da parte dell'uomo si concepisca che solo il suo intervento è determinante perché le condizioni possano mutare. Solo in Lui vi è la spiegazione reale e anticasuale di ogni fenomeno. A tal proposito mi sovviene confidare a tutti una riflessione che mi aveva interessato qualche tempo addietro, quando una persona a me molto cara sin dall'infanzia era stata strappata alla vita improvvisamente e senza alcuna causa apparente plausibile: senza che avesse subito malattia, disturbo, fastidio o problema salutare alcuno, senza alcuna ragione o una causa che potesse giustificare questo tragico fenomeno nel bel mezzo delle sue attività di solerte massaia e casalinga, cadeva per terra per non rialzarsi più. Neanche la caduta e il colpo subito sono stati sufficienti a spiegare la causa del decesso, che è stato giustificato dai medici con un collasso (altri un infarto) fulmineo e inaspettato. Mentre tutti ci si domandava del perché potessero verificarsi tali tristezze che colgono alla sprovvista come fulmine a ciel sereno, personalmente, di fronte al feretro di questa donna che non aveva neppure accusato in precedenza il benché minimo malessere che facesse presagire la sua morte, concludevo che da parte nostra non possiamo congetturare nulla sul nostro futuro e sulla nostra vita né possiamo trarre conclusioni o previsioni sulla durata del nostro tempo: mentre noi ci si potrebbe aspettare che il cardiopatico grave o il moribondo se ne vada da un momento all'altro, può avvenire invece che, come nel caso appena descritto, defunga una persona da sempre priva di problemi di salute; mentre ci aspettiamo che stasera muoia il novantenne sofferente di gravi condizioni, avviene che fra un'ora muore chi apparentemente sta benissimo; alcune persone si salvano in extremis in circostanze pericolose, altre muoiono in occasioni assurde e ridicole... Il che ha una sola spiegazione: a disporre della vita è solo Colui che ci concede di viverla in pienezza e i cui programmi, sebbene inesplicabili e misteriosi, vertono sempre a una meta che certamente capiremo dopo ma che sul momento noi non possiamo consoscere. Come afferma San Giacomo dovremmo essere ben lungi dal dire "Domani faccio questo o quello" senza premettere un "Se Dio vorrà"... Non siamo onnipotenti nel determinare il nostro destino. La nostra fede nella rivelazione ci assicura tuttavia che tutto il male, sebbene insopportabile e pazzesco, verte comunque ad una gloria futura e che i progetti di questo Signore che non ammette il caso sono sempre finalizzati al bene e all'amore. Questa riflessione trova compendio nella stessa affermazione di Gesù: "Non per colpa sua o dei suoi progenitori è avvenuto questo... Ma perché si realizzasse la gloria di Dio". Tornando al nostro cieco nato ora vedente ed esultante, abbiamo avuto ragione di affermare che egli riconosce la salvezza di Dio in Cristo in modo razionale e con cognizione di causa; ma perché i suoi interlocutori giudaici si ostinano a negare nonostante l'evidenza dei fatti? Perché, malgrado l'avvenuto miracolo che dovrebbe rendere definitivamente edotti sull'origine divina di chi lo compie, si permane nella tassatività e nella coercizione della legge del Sabato, per la quale in tale giorno non andava svolto alcun lavoro, fosse pure aiutare una persona inferma? La risposta la si trova nell'ostinazione a credere in ciò che sui vuol credere e a rifuggire ogni obiettività; nel giustificare con tutti i mezzi a volte anche dietro smodate invenzioni le nostre fittizie posizioni di pensiero per non affermare che il bianco è bianco e il nero è nero per il volere fermo e banale di credere il contrario. Esporre delle scuse ridicole per giustificare i nostri errori è già deleterio, ma ancora più esiziale e pernicioso è credere nelle nostre stesse scuse. In tal caso qualsiasi pretesto sarà sempre valido per negare l'evidenza dei fatti e impuntarsi sulle proprie convinzioni, quando queste non le si vuole abbandonare per salvaguardare un certo benessere e una posizione di piacere che ci siamo creati e dalla quale non vogliamo uscire, di conseguenza nessun miracolo potrà mai indurci a cambiare direzione nella nostra mente. Nella peculiarità della nostra fede in Cristo, del resto, occorre che in conseguenza del dono che Egli ci fa di se stesso si corrisponda con la fuga della ragione esasperata e con il concorso del cuore e dell'affidamento spontaneo e filiale per non opporvi resistenza, con le prerogative più volte da noi esposte della presa di coscienza del suo dono e della convinzione radicale da parte nostra che fonda la conversione per la vita piena e soprattutto con la concezione che questo Gesù non soddisfa per un solo momento o in una sola dimensione particolare ma vuole appagare il vero senso di ricerca dell'uomo che la liturgia di oggi ha individuato nella luce perenne. Non basta infatti che Dio ci si mostri alla prova dei fatti come il nostro Salvatore in Cristo quando in ogni caso non lo si vuole accettare in quanto tale per non abbandonare le nostre posizioni di comodo. |