| Omelia (24-02-2008) |
| Il pane della domenica |
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Il cristianesimo dell'innamoramento Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna Sete: sete di felicità, sete di libertà, di verità, di giustizia, di fraternità. Quanta sete nel mio, nel tuo, in ogni cuore! E se tutta questa sete avesse un nome solo: sete di vita, di senso della vita, in una parola, sete di Dio... Ma ci brucia in cuore anche tanta falsa sete: sete di automobili superaccessoriate, di vestiti all'ultimissima moda, di telefonini che fanno di tutto di più, sete di vacanze magiche in mitiche isole felici da far crepare di invidia colleghi e amici... "In me ci sono a un tratto tante menti / tutte assetate di seti diverse. / Mi sento in mille punti / gonfio e dolorante. / Ma più di tutti in mezzo al cuore" (Rilke). 1. Quel giorno, a Sicar, presso il pozzo di Giacobbe, verso mezzogiorno, un Gesù accaldato e sfinito dalla fatica del viaggio, aspettava - come per un appuntamento ardentemente desiderato e a lungo atteso - proprio lei, "quella là". Ecco che arriva: è una samaritana. Sono soli, loro due, in tutto l'orizzonte. Il racconto dell'evangelista è talmente fresco e colorito, ed è percorso da un ritmo così scattante, che ci pare quasi di vedere da vicino i mobilissimi occhi della donna di Samaria. All'inizio brillano di curiosità: chi sarà questo tale che si permette di parlare in pubblico con una donna? Poi li vediamo lampeggiare di sbalordimento: un giudeo non chiede da bere a una samaritana! Quindi cogliamo nello sguardo di lei una voglia matta di sfida: questo rabbi illuminato non vorrà mica dargliela da bere: si crede addirittura più grande del grande padre Giacobbe?! Ora gli occhi della samaritana sembrano civettare di spavalderia: visto che lui dice di disporne, perché non gliela dà questa benedetta acqua eterna, così lei si potrà risparmiare la fatica e la noia di doverne fare ogni giorno rifornimento?! Verso la metà del racconto pare di sorprendere lo sguardo di lei attraversato da un velo di amarezza: sì, in fondo, sarà stata pure maritata cinque volte più una - con l'uomo che ha ora - ma lei un vero sposo non l'ha mai incontrato! Alla fine, dopo aver tentato un'ultima inutile difesa, lei si arrende e le balena negli occhi il brivido di uno stupore sconfinato: ma che non sia davvero lui il Messia? Se però ora ci fermassimo ad ammirare la finezza dell'arte narrativa del quarto evangelista, rischieremmo di fare come una ragazza - la metafora è di s. Agostino - che sta lì a rimirare la bellezza della calligrafia del biglietto appena ricevuto dal suo innamorato, ma di non arrivare a capire il messaggio. Per accogliere quindi la rivelazione di Dio in questo vangelo, dobbiamo andare oltre il velo della "lettera" in modo da poterne afferrare lo "spirito". Perciò, per decodificare il messaggio, dobbiamo prima decifrare il linguaggio, attraverso la chiave del simbolismo. Innanzitutto teniamo presente che nell'AT gli incontri ambientati presso un pozzo presentano il medesimo schema narrativo: un uomo viaggia verso una terra straniera, ad esempio Mosè; trova un pozzo, presso il quale arriva una donna ad attingere acqua; c'è un primo scambio di battute a proposito dell'acqua che viene data; segue una conversazione riguardo alla identità dell'uomo; la donna corre a casa a dare la notizia; lo straniero viene invitato a casa; seguono il banchetto e le nozze tra l'uomo e la donna. Ogni storia presenta naturalmente delle varianti, e nel nostro caso la variazione nello schema si trova alla fine: manca il matrimonio. Come interpretare questa finale a sorpresa? Sul piano storico la risposta è scontata: Gesù non si è sposato! Ma già all'inizio del brano abbiamo visto che la donna che va al pozzo non è una ragazza da marito, come Rebecca o Rachele. Il problema della Samaritana non è di trovare marito: lei è arrivata addirittura al sesto! Il suo problema è che, nonostante (o proprio per) i molti amanti, la sua vita è tutta un deserto e il cuore le brucia dalla sete d'amore! 2. La Samaritana ci fa da specchio. Ogni uomo, ogni donna si porta in cuore "un crepaccio assetato di Infinito", scriveva Kierkegaard. La nostra vita è tutta un vagare da un pozzo all'altro e spesso ci si illude di spegnere la grande sete con cento, mille piccoli sorsi di un'acqua, che per quanto non potabile, risulta pur sempre zuccherata con qualche zolletta di dolcificante. Ma così la sete aumenta... Nel nostro tempo la ricerca spasmodica della vita più gratificante possibile sembra diventare una corsa ossessiva e disperante: comprare e consumare, fare le esperienze più sensazionali, provare emozioni sempre più forti, cercare di guadagnare sempre di più per godere più che si può. Il risultato? Insoddisfazione, nausea, noia e depressione. I profeti dell'AT avevano dato un nome a questa "acqua" inquinata: idolatria. In Osea, che aveva profetato proprio in Samaria (!), gli idoli vengono chiamati "gli amanti" che avevano promesso fertilità alla terra, ma solo Dio provvederà ad irrigarla con un'acqua limpida e feconda (2,7.23). In Geremia Dio contesta apertamente il popolo perché "hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l'acqua" (2,13). A fronte della nostra sete che tante volte ci illudiamo di spegnere con l'acqua contaminata degli idoli, sta la sete di Dio che ha sete del nostro amore: "ha sete della nostra sete, e desidera che noi abbiamo desiderio di lui" (CCC 2560). Davanti alla donna di Samaria, Gesù "ebbe sete così ardente" della sua fede da "accendere in lei la fiamma dell'amore" (pref.). Ma se Gesù è l'incarnazione del Figlio di Dio Padre, la sua sete fisica è l'espressione della sua sete d'amore, e questa, a sua volta, è l'incarnazione della sete di Dio Padre. 3. Continua il nostro cammino quaresimale: dobbiamo smascherare i nostri idoli che prima ci seducono e poi ci deludono. Hanno nomi ben noti: il Dio denaro ("più guadagni, più te la spassi"), la dea immagine ("apparire per non morire"), il Dio successo ("più successo avrai, più felice sarai"). Ma il cristianesimo è essenzialmente incontro con Cristo. Avviene sempre così: all'inizio della ricerca ti sembrava di attendere altro. Se ti avessero chiesto se eri alla ricerca di Cristo, probabilmente avresti risposto di no. Ma una volta che lo hai incontrato, ti sei reso conto che era proprio lui che attendevi. Anzi, che era proprio lui che era venuto a cercarti. Oggi "è giunto il momento, ed è questo" in cui è ormai arrivato al capolinea il cristianesimo dell'abitudine e sta rinascendo il cristianesimo dell'innamoramento. La nostra fede è vera quando è vera esperienza di incontro con Cristo. Il nostro cammino di conversione comincia effettivamente quando ci arrendiamo al fascino del Signore Gesù, quando ci sappiamo pensati e voluti da lui, quando da lui ci sentiamo amati e attesi, così come siamo, con i nostri peccati e le nostre debolezze. "Beve di Cristo chi ama Cristo. Beve di lui chi si disseta della parola di Dio; chi lo ama ardentemente e con vivo desiderio. Beve di lui chi arde d'amore per la sapienza" (s. Colombano). Diceva Giovanni Paolo II ai giovani: "È lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate, è lui la bellezza che vi attrae, è lui che vi provoca quella sete di radicalità che non ci permette di adattarci al compromesso. È lui che suscita in noi il rifiuto di lasciarci inghiottire dalla mediocrità". Questa è la salvezza: è come un'acqua pura, traboccante, dissetante ogni arsura, una inesauribile acqua sorgiva che non solo permette di non avere "mai più sete", ma di diventare a nostra volta acqua capace di dissetare la sete di verità, di libertà e di amore di tanta gente che incontriamo fra le pareti di casa, nella corsia dell'ospedale, nella stanza dell'ufficio, per la strada o dalla parrucchiera, presso quel "pozzo di Sicar", là dove Cristo, divino mendicante, "chiede da bere e promette di dissetare". Commento di mons. Francesco Lambiasi tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi" Ave, Roma 2007 |