| Omelia (24-02-2008) |
| don Marco Pratesi |
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Massa e Meriba Come Abramo, Israele cammina nel deserto in immediata obbedienza alla bocca di Dio, che di volta in volta indica il percorso da fare (v. 1). Come Abramo, il popolo che è sua stirpe deve imparare a fidarsi di Dio. I nomi di Massa e Meriba sono entrati nella memoria di Israele, e della Chiesa, come emblema di quei momenti nei quali di fronte alle difficoltà la fede soccombe. La difficoltà fa emergere quanto giace nel profondo del cuore, ci mette alla prova (cf. Dt 8,2). Ciò che serpeggiava più o meno inavvertito nell'ombra trova espressione e viene improvvisamente alla luce. Da questo punto di vista essa ha una funzione educativa fondamentale. Consente una conoscenza altrimenti irraggiungibile, non tanto a Dio, che ci conosce comunque, quanto all'uomo, che prende coscienza di sé, ed è posto con maggiore lucidità di fronte alle scelte. Nell'episodio qui narrato (che leggiamo anche, in altra tradizione, in Nm 20,1-13) la sfiducia in Dio assume due forme. La prima, alla quale si lega il nome Meriba, è la scontentezza per l'operato di Dio, la protesta nei suoi confronti, che porta a una "vertenza bilaterale": Dio viene chiamato in tribunale, il tribunale umano, per giustificarsi, rendere conto del suo operato. La seconda, cui si riferisce il toponimo Massa, è il sottoporre Dio alla propria verifica, stando non in rapporto con lui ma al di fuori di esso, cioè in qualche modo al di sopra di lui. La negatività di questi atteggiamenti sta qui: il rapporto di fiducia è infranto; si pretende di affrontare e risolvere la difficoltà tirandosi fuori da esso. È il contrario di quanto fa Mosè. Anche lui si trova in grave difficoltà, ma non immagina di risolverla per conto proprio, magari scaricando la responsabilità su Dio che, in effetti, aveva preso l'iniziativa di far uscire il popolo dall'Egitto e deciso l'itinerario da seguire. Mosè si rivolge a Dio, non esce dal rapporto, ci resta dentro, consentendo così anche al popolo di superare, non però senza conseguenze, quella difficile tappa. Possiamo dunque, anzi dobbiamo, esprimere tutti i nostri dubbi e le nostre insoddisfazioni. Diversamente, la nostra fede sarebbe astratta, imbalsamata: una fede del genere si può reggere soltanto finché non ne va della vita (v. 3). Quando fidarsi diventa rischioso, il cuore non può non prorompere in una serie di domande, dubbi, incertezze, paure. Tuttavia questo è decisivo: che tutto dobbiamo dire a Dio, portarlo di fronte a lui, anche gridando. In questo il Salterio, con tutte le sue angosce puntualmente ricondotte al rapporto col Signore, è perennemente esemplare. Anche Giobbe ce lo mostra: possiamo protestare, possiamo urlare di fronte a Dio. Invece, nel momento in cui l'istanza ultima diventa un'altra, qualunque essa sia, allora noi non stiamo più affidando la nostra vita al Signore ma a qualcun altro, si tratti di noi stessi o di altre forze; allora noi stiamo nuovamente gustando "dell'albero della conoscenza del bene e del male"; allora noi rischiamo seriamente di perire nel deserto e non arrivare al traguardo: "per quarant'anni ebbi in disgusto quella generazione, e dissi: 'popolo sviato di cuore sono essi, non hanno conosciuto le mie vie'. Perciò giurai nella mia ira: 'Non entreranno nel mio riposo'" (Sal 95,10-11). I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano - EDB nel libro Stabile come il cielo. |