| Omelia (10-02-2008) |
| don Marco Pratesi |
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La terza dimensione Il celebre passo della Genesi illumina una zona cupa e misteriosa dell'esperienza umana: il peccato. Ciò che qui si descrive è la radice e l'essenza di ogni peccato. Per provare a comprenderne qualcosa, concentriamoci sulla proposta del serpente: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (3,4-5). Il peccato è dunque un volere essere come Dio, ma senza Dio; lontano da lui, perché di lui non ci si fida, in quanto sentito ostile, geloso del suo, desideroso di tenerci in stato di inferiorità, e perciò inaffidabile. Dentro ogni peccato agisce una tale immagine di Dio, che è quella del serpente. Più di preciso, questo attraente "essere come Dio" si presenta come un "aprire gli occhi" e "conoscere il bene e il male", ciò che pare una "saggezza" (3,6). Qui non è più questione dell'immagine di Dio, ma dell'immagine dell'uomo: chi è l'uomo "adulto" e "maturo"? In fondo il serpente pone questa domanda: "è dignitoso per voi vivere ad occhi chiusi, fidandovi del comandamento di Dio; o non è più giusto e degno toccare con mano direttamente da voi che cosa sia sicuramente bene e che cosa male?". Qui "conoscenza" - è quasi superfluo ricordarlo - significa esperienza. L'uomo non vuole direttamente fare il male, soltanto "verificare di persona" che cosa sia effettivamente il bene e il male. Questa però è una pretesa insensata, perché per sperimentare insieme questi due poli etici egli dovrebbe poter stare al di fuori dell'uno e dell'altro, come in una terza dimensione, che di fatto non esiste se non nella sua fantasia già sedotta dal serpente. Non si dà affatto conoscenza/esperienza del bene o del male senza che ci si debba ad essi consegnare, senza che ci si debba da essi lasciar cambiare. Il serpente sa bene che, qualora l'adam cada in questo tranello, sarà già troppo tardi: l'uomo si troverà già irretito nella dinamica del male. Solo Dio può avere conoscenza del male senza lasciarsi guastare, senza diventare cattivo; per l'uomo conoscere il male significa lasciarsi trascinare nella sua corrente. Conoscere insieme il bene e il male significa in pratica l'arbitrario ritenersi "al di là del bene e del male". In tale posizione, l'uomo si sente davvero come Dio, e in un certo senso lo è: stabilendo autonomamente il bene e il male, è divenuto creatore e distruttore dei valori, più in alto di essi. Ciò che gli è sfuggito, e gli sfugge, è che in questo modo non si è venuto affatto a trovare oltre il bene e il male, ma semplicemente nel male. Forse proprio questa mancanza di lucidità ha fatto sì che il peccato delle origini abbia avuto effetti devastanti ma non definitivi. L'uomo può ancora imparare che occorre consegnarsi al bene e alla volontà di Dio, fidandosi di lui, e che questo è sufficiente. È sufficiente conoscere il bene, senza conoscere il male. "Indicami, Signore, la via dei tuoi decreti, e la seguirò sino alla fine" (Sal 119,33). I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano - EDB nel libro Stabile come il cielo. |