| Omelia (14-04-2002) |
| mons. Antonio Riboldi |
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Tutti abbiamo bisogno di un amico Il Vangelo di oggi rivela anzitutto una grande verità: noi tutti, senza eccezione, abbiamo avuto origine da un Cuore; il Cuore del Padre, che ci ha tessuto quasi con le qualità del suo cuore facendoci così capaci di essere amati e di amare. E' ciò che fa veramente "divina" la vita. Un amore quello del Padre che si effonde in noi "facendoci simili a Lui", ci accompagna nella vita con una fedeltà che lascia davvero senza parole, come succede sempre anche a noi uomini, quando ci incontriamo con qualcuno che ci ama davvero. Un amore quello del Padre che non conosce un inizio ed una fine, come fosse un disegno scritto sulla sabbia del mare. E' intollerabile nella natura dell'amicizia. Il Suo amore conosce la fedeltà che è la giustizia di Dio. Ossia il suo amore è per sempre. E quando noi prendiamo strade diverse fino a voltarGli le spalle, come se Lui non esistesse, magari sotto i tanti colpi avversi della nostra vita, o le tentazioni sempre a portata di mano, Lui ci insegue, non ci abbandona. E lo ha dimostrato con il dono del Figlio Gesù, che non ha esitato a dare la vita per riportarci nel regno dell'amore. Quella natura divina dell'amore, impressa in noi, si fa "sete" in tutti: abbiamo bisogno di trovare chi ci voglia bene. Abbiamo bisogno di un amico vero cui darsi e nello stesso tempo crescere insieme. Tutto questo liberamente e gratuitamente... Un amico che non sia un momento o un gioco di irrazionali sentimenti, che a volte hanno tutto l'aspetto di un incendio, che davvero è capace di bruciare tutta la vita, magari alla fine lasciando tragiche ceneri, come avviene in tanti, ma tanti cosiddetti amori che si spengono con la facilità con cui nascono. Abbiamo bisogno di un amico che innanzitutto, sia davvero come uno che si prenda cura di noi e a cui noi affidiamo la serenità di un cammino, sicuri che non ci abbandonerà per strada e tantomeno ci condurrà per strade false. "Chi ha un amico, dice la S. Scrittura, ha un tesoro". E lo sa questo molto bene chi davvero conosce l'amicizia. Troppo bello sapere che c'è qualcuno che si interessa a noi: ma ancora più se possiamo trovare in lui un grande sostegno nelle difficoltà necessarie: un amico che conosce le strade dell'eternità e non i vicoli ciechi dell'egoismo. Un amico che non sa cosa sia abbandonare chi ha messo tanto o tutto nelle sue mani. Un amico che sappia sempre, al momento giusto, farti strada quando tu hai smarrito la strada o fai fatica a percorrere la tua strada. Un amico che quando lo pensi, è come se il cuore fosse tutto attraversato da dolcezza: soprattutto capace di mettere al posto delle nubi, la bellezza del sereno. Ma ci sono ancora questi amici? Penso a tante, ma tante persone che hanno come l'impressione di essere "sole", pur essendo circondate da tanti, che sorridono, sembrano farti compagnia, ma avvertano che tutto questo è un cliché mondano senza alcuna sostanza. Una solitudine che si conosce soprattutto nelle difficoltà, quando, come successe a Gesù sul Calvario, quasi tutti, presi dalla paura, pensarono a salvare la propria pelle, lasciando solo chi moriva per amore e chi tanto amava. Un amico, prima di morire di AIDS, mi confidava: "Muoio due volte: la prima della morte naturale per una malattia, che potevo non contrarre; e questa morte non mi fa paura: l'altra più atroce è di morire "solo", senza più nessuno che mi ami". Quanta gente ha bisogno di trovare un amico sicuro. Lo sento io stesso stando tra la gente e anche da tante E-Mail che voi scrivete. Non so cosa farei per farvi conoscere quell'amicizia che è la gioia di camminare insieme sulle difficili vie della vita verso la Resurrezione. Posso dire che tutti i miei amici sono rimasti tali dal momento della conoscenza: al punto che tante volte ci diciamo "quanto desidero vedere il tuo volto". E sento che tanta parte di me è un dono di chi mi vuol bene. Il Vangelo di oggi, sembra proprio una pennellata divina sull'amicizia di Gesù. Era grande lo smarrimento dopo la sua morte. Il meno che si poteva fare era di fuggire, in preda alla paura. E i due discepoli di Emmaus sono in fuga. Ed è facile oggi pensare a quei luoghi devastati dalla violenza, che sembra voglia cancellare proprio nei luoghi di Gesù, la grande parola amore per fare posto all'odio, che fa buio il futuro di tutti. Sono tanti gli appelli a tornare sulla via del dialogo, dove l'uomo ritrova la sua dignità ma soprattutto il bene della pace. Ma pare tutto stritolato dalla spirale dell'odio senza fine come ci si volesse distruggere a vicenda. Ha ragione il S. Padre a dirci "Preghiamo: solo Dio può fare breccia nel cuore e condurli sulla via della riconciliazione e della pace". Sulla strada di Emmaus alle porte quasi di Gerusalemme fuggivano due discepoli in preda non tanto della paura, quanto dello sconcerto di avere forse creduto in un amico, Gesù, che appariva l'amico di sicura fiducia: un amico con cui potevi fare la strada; una strada che appariva condurre sicuri molto lontani. "Noi speravamo, dicono, che fosse lui a liberare Israele". Un sogno molto basso, certamente non simile a quello di Dio che vedeva più in alto, e più ampiamente: ossia la liberazione di ogni uomo e di tutti i tempi, dal peccato, per introdurli in quella felicità senza fine che è il Suo Regno. Come è nella natura dell'amico vero, Gesù lascia che i due si sfoghino, dicano le loro delusioni e paure, senza mai interrompere. Così è l'amico, sa farsi vicino in punta di piedi, non si impone, ma si fa accettare e quindi ascolta. Solo dopo avere ascoltato dice la sua, che ha la forza della verità, capace di riportare la fiducia. E Gesù con pazienza srotola tutto quello che si era scritto di Lui nelle Scritture. Poi delicatamente dà l'impressione di essere un pellegrino di passaggio, che continua la sua strada. Ma oramai era stato accolto, aveva trovato posto nel cuore dei due. E così nasce la preghiera: "Resta con noi Signore, perché si fa sera". E Gesù toglie il velo che era sceso nel cuore dei discepoli con il gesto dell'amicizia inaugurato nell'ultima cena. "Prese il pane, disse la preghiera di benedizione, lo spezzò e lo diede loro". Il segno dell'amore che caccia ogni dubbio e svela come l'amore non ha mai termine. Di questa "amicizia" abbiamo veramente bisogno. Anche tra di noi uomini. A volte basta uno sguardo, come faceva Gesù con chi incontrava e chiamava, "issandolo negli occhi" stupenda espressione per leggere l'anima e farsi leggere, per comunicare l'offerta o il desiderio di amicizia. A volte basta un piccolo segno, una stretta di mano, una carezza al momento giusto per fugare la tristezza di essere soli, di non essere capiti. Occorre sapere, a suo tempo, e nel modo giusto spezzare il pane, ossia fare dono della vita per introdurre nell'alleluia della resurrezione tanti che sembrano sepolti. Ma sempre sapendo che l'amicizia non è mai, "uso a proprio piacere" dell'amico, ma dono gratuito che dà e nulla chiede: vuole solo comunicare ciò che Dio ci ha dato, la capacità di fare conoscere il cielo. |