Omelia (23-06-2002)
don Elio Dotto
Un tempo per tacere e un tempo per parlare

"Non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato" (Mt 10,26).

Appaiono certamente oscure queste parole di Gesù che leggiamo in apertura del brano evangelico di domenica (Mt 10,26-33). Parole oscure, ma, per quello che riusciamo a capire, parole anche dubbie. Davvero si deve svelare ogni segreto, e scoprire tutto ciò che è nascosto? Non è forse eccessiva una pretesa del genere?

Tale pretesa ci appare dubbia soprattutto oggi, davanti ad una società che vuole tutelare in ogni modo la privacy, il riserbo, il "segreto" di ciascuno. Tutti – si dice – hanno diritto alle proprie convinzioni e alle proprie scelte; ma tutti – si dice ancora – hanno anche diritto a tenere per sé le proprie idee, senza doverle per forza sottoporre allo sguardo indiscreto degli altri. In questo modo si cerca di distinguere chiaramente la vita pubblica dalla vita privata, il ruolo sociale dall'identità personale. E il motivo sembra soltanto uno: quello di difendere fino in fondo la dignità di ciascuno.

Le intenzioni di questa difesa della privacy sembrano certo buone e costruttive. E tuttavia c'è qualcosa che non convince in questo ragionamento della società. Appare, in verità, un ragionamento contraddittorio davanti all'eccesso di spudoratezza che caratterizza l'odierno vivere civile. Mentre infatti si predica con insistenza il rispetto della privacy di ciascuno, accade che molti mettano tranquillamente nella pubblica piazza i propri sentimenti e le proprie passioni, spesso senza un minimo di rispetto e di decenza: giornali, televisioni, reti informatiche sono pieni di questa pubblicità spudorata.

Ma anche la nostra vita personale funziona in questo modo. Tutti siamo facilmente un po' spudorati: ad esempio tutti, almeno qualche volta, sbattiamo in faccia agli altri i nostri umori, o soprattutto i nostri malumori; e in questo modo facciamo violenza agli altri, imponendoci prepotentemente alla loro attenzione. Accade così che la nostra comunicazione quotidiana contraddica radicalmente le nostre teorie sul rispetto della coscienza altrui, sulla difesa della privacy, sulla tutela del segreto di ciascuno.

Appunto da questa contraddizione vuole farci uscire il Vangelo di oggi. "Non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti" (Mt 10,26s.). In altre parole: c'è un tempo per tacere e un tempo per parlare; un tempo per mantenere i segreti e un tempo per svelarli. E cioè: c'è il tempo dell'ascolto e il tempo dell'annuncio; il tempo in cui tendi l'orecchio e il tempo in cui apri la bocca; il tempo in cui fai silenzio davanti ad una verità che non è tua e il tempo in cui dai voce alla verità che hai scoperto. Sono due tempi diversi, ma ambedue necessari alla vita dell'uomo. Perché non basta difendere la propria privacy: si rischierebbe l'isolamento, e in ultimo la paura ossessiva. Come d'altra parte non basta dare voce alle proprie idee: si rischierebbe di parlare a vuoto, con violenza e senza una ragione. E invece c'è un tempo per tacere e un tempo per parlare.

Non ci resta allora che invocare il Padre di Gesù, affinché riempia della sua verità i nostri silenzi e i nostri segreti. Soltanto lui – il Signore che scruta il cuore e la mente, il Dio che conosce tutti i capelli del nostro capo – soltanto lui potrà riempire di senso le nostre parole; e soltanto la sua verità potrà davvero liberarci dalle paure e dalla violenza di ogni giorno.